Guns N’ Roses, Duff McKagan: “Le nostre canzoni non parlavano d'amore, ma di droga. Al primo concerto c'erano tre persone”

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Guns N’ Roses, Duff McKagan: “Le nostre canzoni non parlavano d'amore, ma di droga. Al primo concerto c'erano tre persone”

Il bassista ha parlato dei primi anni della carriera della band e di quando hanno guadagnato i primi soldi con la musica

Duff McKagan è tornato a parlare del passato dei Guns N’ Roses, in particolare degli anni tumultuosi degli inizi della loro carriera. Il bassista è stato intervistato a Los Angeles da Milana Rabkin Lewis durante una conferenza stampa sulla tecnologia.

Duff ha raccontato che anche sua figlia ha una band e pensando a lei ha voluto dare dei suggerimenti a tutti i giovani musicisti emergenti: “Il consiglio che ho per lei e per i giovani è solo quello di scrivere canzoni e di credere in sé stessi – ha detto – il commercio non fa parte di nessuno agli inizi, bisogna credere solo nella propria idea”.

In seguito il bassista ha portato come esempio proprio gli esordi dei Guns: “Noi abbiamo scritto le canzoni che abbiamo scritto, abbiamo trovato ispirazione nelle nostre esperienze, le abbiamo messe insieme e abbiamo composto quello che poi è diventato Appetite for Destruction. Poi abbiamo capito che dovevamo trovare un modo per attirare persone nei club – ha spiegato – quello è stato il passo successivo. Al primo concerto c’erano tre persone, il secondo è stato un tour. All’inizio le conoscevamo tutte quelle poche persone che venivano ai nostri show, poi abbiamo iniziato a portare 50 persone, poi 100 e così via”.

Il merito di quel crescente successo secondo McKagan è anche dei brani che la band ha composto in quel periodo: “Continuavamo a scrivere canzoni e in qualche modo quelle canzoni si identificavano con la nostra generazione. Non erano canzoni carine, non erano dolci e non erano canzoni d’amore. Erano canzoni sulla droga, sul lato oscuro di ciò che vedevamo – ha sottolineato – abbiamo vissuto la recessione degli anni ’80, quando non c’era lavoro. Mi sono trasferito a Hollywood dopo le Olimpiadi del 1984, i poliziotti avevano appena lasciato quella zona che ben presto si trasformò nel selvaggio West della droga e del crimine. Noi vedevamo questo, vedevamo l’eroina, vedevamo il crack e scrivevamo di quello, perché era ciò che conoscevamo”.

In seguito, Duff ha raccontato di come la sua vita sia cambiata quando i Guns hanno sfondato diventando ricchi nel giro di pochissimo tempo, anche se all’inizio non è stato semplice entrare nell’ottica dell’industria musicale: “Pubblicare un disco è qualcosa di cui i giovani musicisti non sanno nulla perché per loro non significa nulla – ha spiegato – era così anche per noi fino a che ci sono stati offerti dei soldi proprio per pubblicare. Un tizio ci ha offerto un assegno da 10mila dollari per Welcome To The Jungle. Per noi erano un mucchio di soldi ma abbiamo anche pensato che se il pezzo valeva qualcosa per lui, allora doveva valere lo stesso anche per noi”.

In seguito quando abbiamo firmato il contratto ci sono stati offerti circa 200mila dollari per una grossa fetta del nostro materiale – ha continuato il bassista – e allo stesso modo abbiamo pensato, ‘se vale 200mila bigliettoni per loro, deve valere lo stesso anche per noi e poi non sono le loro canzoni, le abbiamo scritte noi’. In realtà questa era una mentalità da strada: poi abbiamo capito che i soldi che ricevevamo dalla casa discografica erano solo un prestito, abbiamo fatto un corso accelerato su tutte queste cose per capire tutti i termini dei contratti”.

Come accade a tutte le band esordienti, anche i Guns hanno avuto qualche difficoltà e per vedere i primi soldi hanno dovuto aspettare i frutti del loro lavoro: “All’inizio non potevamo permetterci un bus per i tour e per mangiare chiedevamo i soldi ai nostri tecnici. Ma poi finalmente siamo stati pagati – ha raccontato ancora Duff – il primo assegno che ho ricevuto era di 80mila dollari. Sono passato dalla povertà ad avere in tasca 80mila dollari, cosa che nel 1988 era come avere un miliardo di dollari. Non sapevo nemmeno cosa farci ed è in momenti come quello che inizi a farti domande sui soldi. Non sapevo cosa fossero i titoli, le azioni e le obbligazioni. Non c’è niente di male nel fare domande e ammettere di non saperlo ma io temevo di doverlo fare per i successivi 10 anni”.

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