Pink Floyd, l'incredibile storia di come fu realizzata la copertina di Wish You Were Here

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Pink Floyd, l'incredibile storia di come fu realizzata la copertina di Wish You Were Here

I retroscena nascosti dietro lo scatto che portò alla realizzazione di una delle immagini più simboliche del rock degli anni '70

Le copertine dei dischi rock sono opere d’arte, simboli della cultura e dell’immaginario del proprio tempo. Un esempio è quello di Jamie Reid, grafico punk anarchico londinese che ha creato tutta l’iconografia dei Sex Pistols, tra cui la copertina di God Save the Queen, ma anche il lavoro dello studio Hipgnosis di Aubrey Powell e Storm Thorgerson (compagno di scuola di Syd Barett e Roger Waters alla Cambridgeshire High School for Boys) che ha creato alcune delle copertine più famose di sempre, da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd a Presence, Houses Of The Holy e In Through the Out Door dei Led Zeppelin e poi anche Genesis, AC/DC, Black Sabbath, Yes, Kansas e molti altri fino a Muse, Mars Volta, Audioslave e The Cranberries.

Uno dei lavori più affascinanti di Storm Thorgerson è quello per la copertina di Wish You Were Here, il nono album dei Pink Floyd uscito il 12 settembre 1975, il disco dell’assenza e del ricordo, incentrato sulla figura di Syd Barrett ormai definitivamente lontano dalla band. Storm Thorgerson ha trascorso il 1974 in tour con i Pink Floyd, e ha riflettuto con loro sul tema dell’assenza. La prima idea è ispirata al packaging di Country Life dei Roxy Music, che viene venduto in una busta di cellophane verde opaco: Wish You Were Here viene chiuso da una plastica nera, per rendere «assente» anche la copertina stessa (un’idea che non piace molto all’etichetta americana della band). 

Il tema di critica sociale e di ironia nei confronti delle leggi del profitto che governano il mondo e anche la musica contenuto in brani come Welcome to the Machine e Have a Cigar lo porta invece a riflettere sul gesto della stretta di mano, che nell’etichetta interna del vinile diventa un incrocio di mani meccaniche. Ma non è tutto: Thorgerson e Aubrey Powell vogliono portare il simbolismo nel mondo reale, tra gli uomini di affari che si stringono le mani ma non sono mai sinceri, nascondono i propri sentimenti e vivono con la paura di bruciare i propri profitti (“Bruciarsi” era anche un termine molto usato dai musicisti riguardo ai diritti d’autore).

Il risultato è una delle foto più potenti nella storia del rock, scattata negli studi cinematografici della Warner Bros in California (che al tempo si chiamavano The Burbank Studios). Due stuntman vestiti da businessman, Danny Rogers e Ronnie Rondell si stringono la mano, uno di loro prende fuoco. Ronnie Rondell indossa una tuta protettiva sul volto, coperta da una parrucca, ma al primo scatto il vento soffia nella sua direzione e il fuoco gli brucia i baffi e parte del viso. Si scambia di posizione con Rogers e l’immagine viene poi capovolta.

Wish You Were Here diventa uno degli album più celebri nella storia del rock: vende 20 milioni di copie e arriva al n.1 in classifica in Inghilterra e in America. L’iconografia del disco è talmente potente (e i Pink Floyd sono già così famosi) che il nome della band e il titolo vengono scritti solo sull’etichetta del vinile. Storm Thorgerson ha detto: «Gli artisti mi cercano per le mie fantasie e i miei sogni, in questo senso credo di essere davvero fortunato».  

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