Il mondo del rock piange la scomparsa di Jennifer Finch, storica bassista delle L7, scomparsa all’età di 59 anni. L’artista si è arresa a un glioblastoma, una forma aggressiva di tumore al cervello che le era stata diagnosticata solo di recente. La notizia, diffusa dalle compagne di band e dai familiari. Con lei se ne va un pezzo fondamentale di quella rivoluzione culturale che ha ridefinito il ruolo delle donne nel rock.
La fine del suo viaggio terreno chiude un cerchio iniziato molti anni prima, ma la sua eredità era tornata a farsi sentire con forza nell’ultimo decennio. Nel 2014, Jennifer aveva infatti risposto alla chiamata delle sue vecchie compagne per una trionfale reunion delle L7. Quel ritorno sul palco è valsa come una seconda giovinezza artistica, culminata nel 2019 con l’uscita di Scatter the Rats, il disco che ha dimostrato come il loro ruggito punk fosse ancora intatto. Negli stessi anni, Finch aveva continuato a coltivare la sua passione per l’arte visiva, esponendo le sue fotografie che catturavano l’essenza più cruda e intima della scena underground californiana.
Prima di questo felice ritorno alle origini, la musicista aveva vissuto una lunga fase di sperimentazione e reinvenzione. Nel 1996, in pieno successo, aveva deciso di lasciare le L7 durante le sessioni di registrazione dell’album The Beauty Process. Lontana dalla sua band, non era rimasta con le mani in mano: aveva fondato gli OtherStarPeople e successivamente The Shocker, esplorando nuove sfumature del punk e del rock alternativo. Sorprendendo molti, Jennifer aveva anche deciso di investire sul proprio futuro lontano dai riflettori, laureandosi in informatica e avviando una carriera come web designer, a dimostrazione di una mente eclettica e sempre proiettata in avanti.
Jennifer Finch resta però indissolubilmente legata agli anni d’oro trascorsi con le L7, la band in cui entrò nel 1986. Insieme a Donita Sparks e Suzi Gardner, Finch divenne l’anima ritmica e visiva di un quartetto interamente al femminile capace di spazzare via il machismo imperante del rock dell’epoca. Il successo globale arrivò nel 1992 con l’album capolavoro Bricks Are Heavy, trainato da Pretend We’re Dead. Il suo basso distorto, pesante e ipnotico, divenne il marchio di fabbrica di un suono che univa il nichilismo del grunge alla velocità del punk. Ma Jennifer non voleva solo suonare: voleva cambiare le cose. Fu così che, insieme alla giornalista Sue Cummings, diede vita a Rock for Choice, una serie di concerti benefici che videro la partecipazione di giganti come i Nirvana e i Pearl Jam, uniti per difendere i diritti riproduttivi delle donne.
Quella determinazione e quel legame viscerale con la musica affondavano le radici nella sua giovinezza. Nata a Los Angeles il 5 agosto 1966, Jennifer crebbe immersa nella stimolante e caotica sottocultura punk della città. Già da adolescente girava per i club con una macchina fotografica al collo, documentando un’era irripetibile. Oggi la musica piange una pioniera, una fotografa eccellente, ma soprattutto una donna che ha imbracciato il basso per dimostrare al mondo che il rock non ha sesso, ma solo attitudine.

