In India è boom di startup

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In India è boom di startup

Nel Paese nasce una nuova azienda tech ogni tre giorni

Una startup ogni 3 giorni ma solo il 10% ha successo. Molte offrono servizi per migliorare la vita quotidiana, dal traffico al consegne. In molti hanno lanciato servizi pensati per colmare o aggirare le lacune di un Paese che sul piano dell’efficienza dista dalla Svizzera come il Polo Nord dal Sud.

Prendete Delhivery, azienda da 15 mila impiegati che effettua consegne per i portali e-commerce.
Visto che in India il traffico può portare all’esaurimento e gli indirizzi sono spesso vaghi, Delhivery smista la merce nei magazzini di notte e sfrutta sistemi di intelligenza artificiali come il machine learning per suddividere i codici postali e migliorare le mappe.
Vedere in una calamità, come il traffico, un’opportunità è quello che hanno fatto anche BigBasket e Myntra: specializzati in home delivery rispettivamente di prodotti agricoli e vestiti.
Oppure considerate Uniphore: un software per il riconoscimento vocale delle oltre 20 lingue regionali indiane per agevolare i clienti di assicurazioni e banche nei pagamenti.

In un Paese dove solo il 60% dei cittadini ha un conto in banca e molti meno una carta di credito, spopolano ovviamente i portafogli digitali di PayTm e PayU.
Anche i giganti globali sono costretti a trovare soluzioni ad hoc per il mercato indiano.
Twitter per esempio, grazie all’acquisizione della start-up locale ZipDial, punta a raggiungere chi non ha uno smartphone attraverso un servizio che permette di ricevere sotto forma di sms i tweet di notizie, dei brand e delle star di cricket, facendo prima una “chiamata persa” a un numero speciale. 
Ogni giorno nascono in India tre start-up digitali, secondo l’Association of Software and Services Companies.

18 MILA NUOVE IMPRESE TECH.

A fine 2015 erano 18 mila in totale, con 300 mila impiegati e valutate 75 miliardi di dollari, stando alla Nascomm, la confindustria digitale indiana. Numeri che non lasciano indifferente il governo: nel 2015 ha lanciato “Start-up India, Stand up India”, creando un fondo da 300 milioni di dollari per finanziare nuove imprese.
Eppure sono briciole rispetto a quanto arrivato dai privati nel 2015: 6,5 miliardi di dollari.
Soldi investiti non solo dai fondi, ma anche da danarosi indiani che iniziano a vedere nelle startup una forma alternativa d’investimento rispetto all’oro e all’arte.
Anche se c’è da star guardinghi: solo il 10% ha davvero successo. Chissà se l’“Indian start-up tour” riuscirà ad analizzare meglio le cause di un tasso di mortalità dell’80%.

Fonte: http://www.lettera43.it/ (di Valeria Fraschetti)

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