The Cure, Robert Smith: “Boys Don’t Cry è ancora attuale, incoraggia gli uomini a non nascondere le proprie emozioni”

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The Cure, Robert Smith: “Boys Don’t Cry è ancora attuale, incoraggia gli uomini a non nascondere le proprie emozioni”

Il leader della band inglese torna a parlare di una delle sue canzoni di maggior successo a 40 anni dalla sua pubblicazione

Boys Don’t Cry è una delle canzoni più famose e più belle dei Cure. A 40 anni dalla sua pubblicazione, questo brano non smette di far riflettere perché lancia un messaggio che è sempre attuale: non bisogna mai nascondere le proprie emozioni. Questo è un incoraggiamento che Robert Smith ha voluto dare soprattutto agli uomini perché purtroppo nella nostra società se un uomo mostra le proprie emozioni, ad esempio piangendo, viene considerato privo di carattere e di forza.

Il frontman della band britannica è tornato a parlare di questo pezzo dopo l’esibizione al Glastonbury Festival, dove tra il pubblico ha notato moltissime bandiere della comunità LGBTQ+. Sono state proprio queste a ricordargli perché 40 anni fa ha scritto Boys Don’t Cry: “Stavo cantando questa canzone – ha raccontato a Rolling Stone – e mi sono reso conto che ha una grande attinenza con tutte quelle bandiere arcobaleno che sventolavano tra la folla”.

Farei probabilmente di tutto per riaverti al mio fianco – recita il testo della canzone in questione – ma invece continuo a ridere, nascondendo le lacrime nei miei occhi”. Il brano uscito nel 1979 racconta la storia di un ragazzo che non può esprimere piangendo i suoi sentimenti e la sua sofferenza per la fine della sua storia d’amore, perché altrimenti verrebbe giudicato male visto che, secondo le convenzioni sociali, un uomo non dovrebbe mai mostrarsi debole.

Quando ero un adolescente c’era una forte pressione sociale – ha raccontato Smith – per la quale bisognava per forza essere in un certo modo. A quell’epoca i bambini inglesi venivano educati a non mostrare le proprie emozioni in alcun modo. Quando ero giovane io invece non riuscivo proprio a nascondere le mie emozioni e non l’ho mai considerata una cosa strana. Non riuscirei ad andare avanti senza mostrare le mie emozioni, per farlo dovrei essere un cantante davvero noioso. Forse – ha concluso – ho preso la cosa troppo seriamente. Però l’ho fatto perché è ho pensato ‘Beh, è parte della mia natura reagire quando mi viene detto di non fare qualcosa’”.

Dal punk pop di quegli anni, in seguito i Cure cambiarono sound e presero tutt’altra direzione, abbracciando la musica dark-goth dei primi anni ’80: “È stata un’evoluzione naturale – ha spiegato in proposito Smith – continuavamo ad aggiungere componenti e così il nostro sound si è semplicemente evoluto ed è diventato più interessante. Ma io personalmente non ho mai perso di vista le canzoni pop da 3 minuti e penso che ci abbiano aiutato soprattutto a metà degli anni ’80, quando abbiamo rischiato di diventare qualcosa di esagerato. Le canzoni più pop, invece, ci hanno aiutato a superare quella fase che altrimenti ci avrebbe trasformato in qualcosa di troppo pomposo”.

Per il cantante, ad esempio, un brano come Just Like Heaven rappresenta il momento pop perfetto dei Cure: “Quando l’ho scritto ho pensato subito ‘Questa è la canzone definitiva, non scriverò mai più niente di così bello’ – ha raccontato ancora Smith – ricordo di aver detto agli altri quando eravamo ancora in studio ‘Possiamo pure fare i bagagli e andarcene’. Per fortuna non l’abbiamo fatto”.

Il frontman si sbagliava di grosso, perché dopo quel capolavoro ne ha scritti tanti altri: in 40 anni sono davvero tante le canzoni dei Cure passate alla storia, ecco perché la band ha deciso di celebrare la loro lunga carriera con 40 LIVE - CURÆTION-25 + ANNIVERSARY, un prezioso cofanetto contenente le registrazioni dei due grandiosi concerti del 2018, quello a Hyde Park e quello al Meltdown Festival.

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