David Bowie, quando nemmeno il consiglio dei medici riuscì a farlo smettere con la cocaina

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David Bowie, quando nemmeno il consiglio dei medici riuscì a farlo smettere con la cocaina

Un documentario sugli effetti negativi della droga sul cervello lo spinsero ancora di più verso la trasgressione

Nel settembre 1976, David Bowie rilascia un’intervista alla rivista Playboy che rimane nella storia del rock. Fa parte della serie The Playboy Interview in cui alcuni dei più grandi personaggi degli anni 60 e 70 hanno raccontato sé stessi senza filtri e in modo incredibilmente sincero da Martin Lutrher King e Malcolm X (intervistati dallo scrittore Alex Haley) al candidato presidenziale Jimmy Carter, fino a John Lennon e Yoko Ono e Miles Davis.  David Bowie  viene intervistato da Cameron Crowe, il ragazzo prodigio del giornalismo musicale americano che ha iniziato la sua carriera a 15 anni seguendo le band in tour per Rolling Stone e poi diventerà regista di film musicali di culto come Almost Famous e Singles.

È nel momento più delirante e trasgressivo della sua carriera: vive a Los Angeles, è diventato una superstar dopo il successo dell’album Young Americans del 1975, ha pubblicato l’album sperimentale Station to Station e recitato nel film di Nicholas Roegg in “L’uomo che cadde sulla terra” nel ruolo di un alieno e ormai interpreta il personaggio del Thin White Duke in modo totale, senza più distinguere tra realtà e finzione, pericolosamente vicino al limite dell’autodistruzione.

«Ho sempre preso droghe, fin da quando avevo tredici o quattordici anni. Pillole principalmente ma anche la cocaina che i marinai che lavoravamo giù ai docks portavano nel mio quartiere di Brixton» dice a proposito della sua relazione pericolosa con le sostanze stupefacenti, «Ma la prima volta che ho provato la marijuana è stato con John Paul Jones dei Led Zeppelin quando era ancora il bassista nella band di Herman’s Hermits. Viveva in un appartamento enorme proprio di fianco alla stazione di polizia, e aveva una stanza completamente vuota con solo un organo Hammond al centro».

Il racconto del primo sballo di David Bowie è esilarante: «Per prima cosa mi è venuta una fame incredibile e ho mangiato tutto il pane che c’era in casa. Poi è squillato il telefono, John mi ha chiesto se potevo rispondere, io sono andato al piano di sotto ma invece di rispondere ho continuato a camminare e sono uscito in strada. Ero affascinato dalle crepe nel marciapiede». L’uso di cocaina diventa una dipendenza per Bowie negli anni successivi all’album Aladdin Sane del 1973 e durante le registrazioni di Diamond Dogs, Bowie comincia ad avere problemi fisici e soffre di paranoia e deliri, fino alle clamorose dichiarazioni razziste («Ero fuori di testa, completamente pazzo» ha detto) che portano alla nascita del movimento Rock Against Racism. Ha raccontato di aver anche visto un documentario sugli effetti della droga sul cervello che invece di convincerlo a smettere lo hanno attirato sempre di più verso la trasgressione: «Mostravano tutti i buchi nel cervello delle persone che facevano uso di cocaina, era spettacolare!». Il trasferimento in Svizzera e poi a Berlino nel 1977 con Iggy Pop, lontano dalle tentazioni di Los Angeles e da quello che lui stesso ha definito «Un astronomico consumo di cocaina» è il primo passo per la trasformazione di Bowie, che riuscirà a salvarsi e a cambiare di nuovo maschera negli anni 80, continuando la sua carriera da superstar imprevedibile senza più rischiare di perdersi nelle dipendenze. 

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