David Bowie: la storia di Hunky Dory, l’album che rappresentò la svolta nella sua carriera

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David Bowie: la storia di Hunky Dory, l’album che rappresentò la svolta nella sua carriera

Il disco uscì il 17 dicembre del 1971. In scaletta capolavori come Changes e Life On Mars?

A gennaio del 1971 la carriera di David Bowie era in una fase di stallo: il suo ultimo singolo, The Prettiest Star, era stato un fiasco; il suo terzo album, The Man Who Sold The World era stato pubblicato negli Stati Uniti ma non ancora nel Regno Unito, e la Mercury Records sembrava non voler decidere una data per la sua uscita; infine, il chitarrista Mick Ronson si era trasferito da Londra a Hull per lavorare come giardiniere.

Nel frattempo, Bowie aveva licenziato il suo storico manager, Ken Pitt, assumendo al suo posto Tony Defries, il quale gli aveva promesso che lo avrebbe reso una grande star. In quel momento, però, questo proposito non era stato ancora realizzato e l’artista si trovava in una sorta di limbo. Mentre cercava di capire cosa fare, Bowie continuò a esibirsi in piccoli locali di Londra per pochi soldi. Aveva 24 anni, sette anni di carriera già alle spalle, tre album all’attivo e tanti sogni: intanto i suoi “rivali” Marc Bolan ed Elton John, raggiungevano il grande successo mentre lui attendeva che arrivasse il suo grande momento.

Oggi sappiamo che, alla fine, quel grande momento per lui arrivò, ma in quel periodo Bowie, per sua stessa ammissione, si sentiva solo come “un vecchio rocker fallito e disilluso”. Nonostante tutto, però, non si arrese, perché continuava ad amare ciò che faceva e così decise di continuare a comporre canzoni e a registrarle, in attesa della sua grande occasione. “Nei primi anni ’70 le cose arrivarono tutte insieme per me mentre facevo ciò che mi piaceva – raccontò in seguito a Classic Rock – fu una collisione tra stili musicali diversi. Mi resi conto che non riuscivo a restare fedele a un brand o a un genere. Non ero un artista R&B, non ero un artista folk e non capivo il senso del cercare di essere un purista di un genere musicale. Il mio vero stile risiedeva nel fatto che amavo mettere insieme Little Richard con Jacques Brel, con dietro i Velvet Underground. ‘Cosa sarebbe uscito fuori?’. Nessuno stava facendo una cosa simile, o almeno non nello stesso modo”.

Quando David Bowie capì che non voleva rimanere intrappolato in un determinato stile musicale ma che voleva spaziare e dare libero sfogo alla sua creatività, iniziò a comporre i brani che poi avrebbero fatto parte del disco Hunky Dory, pubblicato poi il 17 dicembre del 1971, esattamente 49 anni fa. Questo album fu una vera rivelazione e aprì la strada a tutto ciò che David Bowie sarebbe diventato e avrebbe fatto dopo, nel corso degli anni ‘70, da Ziggy Stardust, fino ad Aladdin Sane e Heroes.

Nel frattempo, il musicista diventò padre e, secondo la sua ex moglie Angie Bowie, questo evento cambiò la sua vita e anche il suo modo di comporre canzoni. Diventare padre era una cosa che lo interessava molto e non lo spaventava affatto. In quegli anni David andò a vivere con sua moglie in un appartamento al piano terra di un palazzo vittoriano londinese noto come Haddon Hall. In questa casa l’artista aveva a disposizione anche un vecchio pianoforte che adorava e che iniziò a utilizzare anche per comporre nuovi brani, preferendolo spesso alla chitarra acustica che aveva utilizzato in precedenza. Come ha raccontato in seguito Angie, comporre al piano significò per lui scoprire nuove possibilità, perché questo strumento si adatta a ogni stile musicale, dalla musica classica fino a quella più moderna.

In quel periodo Bowie iniziò anche a frequentare il Sombrero, una nota discoteca gay che si trovava a Kensington: affascinato dalla libertà sessuale che notava in questo luogo, così come dagli eccentrici outfits di chi lo frequentava, il musicista trovò nuove ispirazioni, non solo per i suoi testi ma anche per il suo stesso look. Fu osservando questo ambiente che Bowie trovò l’idea per Oh, You Pretty Things e per il personaggio di Ziggy Stardust.

David capì ben presto di aver imboccato la strada giusta così non ci pensò su due volte e chiamò subito il suo ex chitarrista Mick Ronson, chiedendogli di tornare e offrendogli ospitalità per il periodo in cui avrebbero registrato il nuovo disco. Poi chiamò anche il batterista Woody Woodmansey e il bassista Trevor Bolder e i due decisero di accettare la sua proposta. Woody, in particolare, rimase molto colpito dal nuovo materiale sul quale David aveva iniziato a lavorare: “Penso che si focalizzò di più sulla composizione e riuscì a individuare quale fosse l’approccio giusto – commentò il batterista in proposito – soprattutto dal punto di vista dei testi, dove cercò di snellire tutto. Le canzoni erano molto più strutturate. Onestamente, non pensavo che lui potesse comporre dei brani simili”. Bolder aggiunse: “Pensavo che Bowie fosse un po’ troppo vicino al folk. Non mi resi conto di quanto fosse bravo finché non iniziammo a registrare Hunky Dory”.

Con il suo grande talento, dunque, Bowie riuscì di nuovo a stupire i suoi compagni, dei grandi musicisti che in seguito divennero gli Spiders From Mars e che di certo contribuirono a realizzare questo album di successo. Insieme lavorarono incessantemente nello studio che Bowie aveva allestito a Haddon Hall, oppure nella sala prove che si trovava sopra il pub Thomas A. Becket della zona. Ben presto il gruppo creò gli arrangiamenti di pezzi come Changes, Hang On To Yourself, Suffragette City e Moonage Daydream.

Alla fine di gennaio David Bowie partì per un tour promozionale negli Stati Uniti, il primo della sua carriera. Girò il Paese in lungo e in largo, rilasciando interviste su The Man Who Sold The World, esibendosi e lasciandosi affascinare dalla cultura americana e da due artisti che lo colpirono nel profondo: Lou Reed e Iggy Pop. Scoprendoli, Bowie partorì l’idea dell’idolo “pop definitivo, ossia un mix tra lo stile compositivo di Reed e il personaggio di Iggy. Questi due musicisti lo ispirarono molto non solo per lo stile di Hunky Dory, ma anche per i suoi futuri personaggi da palcoscenico. Fu lui stesso a confermarlo nel 1997: “Questo album riflette l’entusiasmo che nacque in me in quel periodo per la scoperta di questo nuovo continente – disse – arrivò tutto insieme perché ero stato negli USA. Quella fu la prima volta che una situazione vissuta mi colpì davvero al 100%. Cambiò il mio modo di comporre ma anche il mio modo di guardare le cose”.

Quando tornò da questo suo viaggio, David Bowie aveva ormai le idee ben chiare su come completare il suo prossimo lavoro: si mise subito all’opera con i compagni, mentre il suo manager Tony Defries cercava una nuova etichetta discografica. Prima di tutto, però, bisognava trovare un produttore: Ken Scott sembrava la scelta più logica, dato che aveva lavorato già con Bowie nei due dischi precedenti e poteva vantare anche un’esperienza come tecnico dei Beatles per molti album, da Sgt. Pepper fino ad Abbey Road. “Ero stanco di fare il tecnico – raccontò Scott a EQ – poi accadde che un giorno dissi a David ‘Voglio spostarmi nel mondo della produzione’. Lui mi disse ‘Bene, ho un nuovo manager e sto per iniziare a lavorare su un nuovo album. Pensavo di fare tutto da solo, ma non so se ci riesco. Che ne dici di lavorare con me?’. E così iniziò l’avventura con Hunky Dory, che poi portò ai successivi tre album”.

David e il suo gruppo iniziarono a lavorare ai Trident Studios nel quartiere londinese di Soho nel giugno del 1971: si lavorava incessantemente, sette giorni su sette, dalle due del pomeriggio fino a mezzanotte, con solo delle pause veloci per un tè, una bottiglia di vino e qualche panino. I musicisti che parteciparono a questo progetto ricordano quel periodo con grande entusiasmo: “Quelle di Hunky Dory furono le prime session in studio della mia vita – raccontò Bolder – solo essere in quello studio fu incredibile. Il nostro approccio era molto semplice. Entravamo, David ci suonava una canzone, spesso era una che non avevamo mai sentito, poi la provavamo una volta e infine la registravamo. Non c’era il tempo di pensare a ciò che stavi per suonare, dovevi farlo subito, in quel momento. Per certi aspetti era snervante, ma c’era un certo sentimento. Se suoni una canzone per troppe volte in studio alla fine può diventare piatta. Penso che David volesse catturare l’energia del momento in cui, invece, il brano veniva suonato al massimo del suo potenziale”. Woodmansey ha aggiunto: “C’era una pressione incredibile. Iniziavamo con un pezzo ma poi spesso all’ultimo minuto David cambiava idea e voleva che ne provassimo un altro! Entravamo nel panico, perché non gli piaceva fare più di tre prove prima di registrare un brano. Quasi tutti i pezzi che ho realizzato con lui sono stati registrati alla prima, alla seconda o al massimo alla terza prova, ma di solito era alla seconda. Lui sapeva quando una prova era quella giusta”.

Hunky Dory segnò dunque un cambiamento anche per quanto riguarda il modo di lavorare di David Bowie: come hanno raccontato i suoi collaboratori, durante la lavorazione per gli album precedenti l’artista era distratto e non seguiva un programma, non aveva disciplina e passava più tempo con la sua ragazza che a preoccuparsi finire in tempo la registrazione dei pezzi. Nel 1971, invece, in un certo senso Bowie maturò: capì che doveva mettersi al lavoro seriamente se voleva realizzare i suoi sogni e con Hunky Dory sentì di avere una missione, era davvero ispirato e non voleva lasciare nulla al caso. Per questo disco puntò molto sul piano, lo strumento con il quale del resto aveva composto le prime basi del lavoro: per questo chiamò il pianista Rick Wakeman, che aveva già suonato con lui in Mellotron di Space Oddity. Anche questo musicista rimase stupido dai nuovi brani di Bowie: “Le canzoni erano incredibili – raccontò – Changes, Life On Mars?, una dopo l’altra. Mi disse che voleva realizzare questo album da un’altra prospettiva, che voleva fosse basato sulle parti di piano. Così mi disse di suonare come se fosse un pezzo per pianoforte, perché poi lui avrebbe adattato tutto il resto a questa parte”. Come ha rivelato in seguito il produttore Scott, per la registrazione fu utilizzato lo stesso piano di Hey Jude, dei primi album di Elton John, dei Genesis e di molti altri artisti. Il sound del piano era uno il fiore all’occhiello dei Trident Studios perché lo strumento utilizzato era davvero di grande qualità.

Fu così che nacquero capolavori come, appunto, Changes, Life On Mars?, che Bowie definì come la sua versione di My Way di Paul Anka, oppure Kooks, che l’artista dedicò a suo figlio, nato una settimana prima dell’inizio delle registrazioni, e tutti gli altri brani che compongono la tracklist di Hunky Dory. Il proposito di creare una “collisione di generi musicali” diversi fu portato a compimento: “Alla fine veniva da dire ‘Wow, questo non è più rock and roll, questo è una forma d’arte. È qualcosa di davvero entusiasmante!’”, disse Bowie, con grande soddisfazione, una volta completato il lavoro. Oggi, a 49 anni di distanza, queste canzoni riescono ancora a stupire ed emozionare: Hunky Dory è stato un disco che ha aperto le porte a una nuova stagione musicale e soprattutto a una nuova fase della carriera di quell’immenso artista che è stato David Bowie. Come disse Woodmansey, questo album fu il vero inizio della carriera del musicista, perché fu grazie a questo lavoro che lui trovò davvero la sua strada e capì come sfruttare al meglio il suo talento, ossia lasciandolo libero di esprimersi, senza restare intrappolato in etichette o definizioni prestabilite.

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