Il revival dei vinili ha un forte impatto negativo sull’ambiente. Lo studio che spiega il perché

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Il revival dei vinili ha un forte impatto negativo sull’ambiente. Lo studio che spiega il perché

La produzione del leggendario 33 giri è sempre più inquinante e insostenibile. Ma anche lo streaming ha i suoi effetti negativi

Nell’era delle piattaforme per la musica in streaming non mancano però i nostalgici dei cari vecchi vinili: se da una parte la vendita degli album musicali in formato fisico sia notoriamente in calo, dall’altro negli ultimi anni si sta assistendo a un vero e proprio revival dei dischi in vinile, diventati ormai oggetti da collezione per veri intenditori di musica. Secondo quanto riportato dal Guardian, oggi negli Stati Uniti le persone spendono per i vinili la stessa somma spesa per i CD; nel Regno Unito, invece, lo scorso anno sono stati venduti 4,3 milioni di vinili, con una crescita consecutiva che va avanti ormai da 12 anni. 

I dischi in vinile hanno indubbiamente il loro fascino ma prima di decidere di comprarli e di collezionarli ancora oggi, nonostante i nuovi metodi elettronici per ascoltare musica, bisognerebbe conoscere come vengono prodotti e quale impatto la loro produzione ha sull’ambiente. Come raccontato in un reportage sull’argomento pubblicato dal Guardian, i macchinari per produrre i vinili non sono praticamente mai cambiati, sono gli stessi da sempre e dunque non c’è stato un adeguamento del sistema di produzione per ridurre l’impatto sull’ambiente.

Ma l’aspetto più significativo di tutto questo è che i vinili sono prodotti con la plastica e tutti ormai sappiamo quanto sia inquinante questo materiale, al punto che ormai si cerca di utilizzarlo sempre meno virando su materiali alternativi ed ecosostenibili. Le industrie che producono vinili utilizzano degli enormi contenitori e delle cosiddette stazioni di pressatura: nei contenitori vengono accumulati i granelli del materiale plastico che vengono poi introdotti nel macchinario, riscaldati, fusi e pressati per creare come dei grandi biscotti che in seguito vengono schiacciati per creare i dischi.

Le aziende che producono vinili tendono a non rivelare dove acquistano e dove conservano il materiale plastico ma secondo questo reportage, la maggior parte di queste industrie si rifornisce dalla Thailandia. Nello specifico, più della metà del PVC utilizzato dalle aziende statunitensi proviene dalla Thai Plastic and Chemical Public Company Limited con sede a Bangkok, una delle più grandi aziende asiatiche produttrici di plastica. L’importazione è dovuta al fatto che negli anni ’90 le aziende statunitensi che producevano dischi hanno dovuto chiudere i battenti a causa del crollo delle vendite di questi prodotti a favore dei supporti più tecnologici, come i CD.

Il processo per ottenere il materiale plastico con cui poi vengono realizzati i vinili è molto complesso e si compone di varie fasi. Ma ciò che davvero dovrebbe lanciare un campanello d’allarme è sapere che il PVC contiene sostanze chimiche cancerogene e che la sua produzione comporta l’accumulo di materiale di scarto che è tossico e che, secondo quanto denunciato da Greenpeace, la TPC riversa nel fiume Chao Phraya. Questo sarebbe solo uno dei reati ambientali dei quali questa azienda è stata accusata dagli ambientalisti negli ultimi anni.

Quanto accadeva negli Stati Uniti nell’età dell’oro del vinile non era molto diverso: negli anni ’70 la Keysor-Century Corporation di Los Angeles produceva enormi quantità di PVC ed è stata sottoposta più volte a indagini con l’accusa di mettere in pericolo la salute dei lavoratori per i fumi tossici, oltre a quella di inquinare l’aria sempre con questi fumi, e le falde acquifere con i materiali di scarto. Nell’epoca dei vinili negli Stati Uniti venivano prodotti chili e chili di plastica ogni anno, con un aumento costante delle emissioni dei gas serra. È dunque facile immaginare quale impatto abbia la produzione di dischi oggi, di nuovo, quando ormai sembravano superati.

Smettere di acquistare vinili e ricorrere solo alla musica in streaming è la soluzione? In apparenza sì. In realtà, però, anche i media digitali hanno un impatto sull’ambiente perché, anche se nessuno ci pensa, sono anch’essi dei media fisici: i file audio che tutti noi ascoltiamo sono immagazzinati in strutture che conservano i server e che potenzialmente possono produrre ancora di più emissioni di gas serra. Se si pensa a quante persone ascoltano musica online contemporaneamente, è facile immaginare la quantità di energia prodotta e il conseguente impatto sull’ambiente, senza contare i device utilizzati per ascoltare musica, come gli smartphone, anch’essi realizzati con materiali inquinanti e soggetti all’usura oltre che all’obsolescenza in tempi relativamente brevi. Di recente alcune piattaforme in streaming hanno iniziato a rendere pubbliche le informazioni sull’impatto ambientale dei loro servizi, ma nonostante il loro eventuale impegno, delle conseguenze ci sono in ogni caso.

In questo quadro piuttosto triste, però, c’è anche chi si sta impegnando per trovare una soluzione che sia davvero utile per ridurre l’impatto della musica sull’ambiente: un gruppo di otto aziende tedesche, ad esempio, sta sperimentando dei “vinili verdi”, ossia dei dischi realizzati con materiali riciclabili e non plastici. Lo scorso ottobre il “Green Vinyl Record” è stato presentato a una conferenza sul tema a Los Angeles e molti lo hanno criticato sostenendo che il suono ottenuto da questi dischi non fosse pulito, ma del resto anche quello dei vinili in PVC non lo è. Probabilmente questo prodotto dovrà essere messo a punto, ma la speranza è che possa diventare una valida alternativa per il futuro, per permettere a tutti di ascoltare musica inquinando il meno possibile.

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