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Virgin Radio Rock News The Cure, la vera storia di come è nata Boys Don’t Cry

The Cure, la vera storia di come è nata Boys Don’t Cry

Le origini e la fredda accoglienza, la storia del grande successo della band di Robert Smith

Quando fu pubblicata nel 1979, Boys Don’t Cry non fu apprezzata subito dalla critica, sebbene poi divenne uno dei più grandi successi dei Cure, nonché una delle canzoni più amate e conosciute del loro repertorio ancora oggi. Secondo molti critici, con questo pezzo più vicino al pop, la band di Robert Smith si era discostata troppo dallo stile post-punk/new wave che aveva abbracciato sin dagli esordi. Molti sostenevano che, sebbene dal vivo questo brano fosse in grado di rendere giustizia al grande talento di questi musicisti, la versione registrata, al contrario, risultava un po’ deludente e insignificante.

Il batterista Laurence Tolhurst si è sempre difeso da questo genere di critiche, cercando di spiegare che il pop non è per forza qualcosa da denigrare: “Pop non è mai stata una brutta parola con i Cure”, disse in un’intervista per Radio X. In effetti, c’è un abisso tra quello che potrebbe essere definito come “pop” nel repertorio di questa band e il pop com’è inteso oggi. “Le nostre canzoni nascevano dalla nostra vita, come fossero un diario – ha detto ancora il musicista – molte cose capitate a me o a Robert nella vita sono state molto tristi. È di queste cose che scrivevamo e penso sia questo che gli artisti dovrebbero fare. Dovrebbero essere lo specchio dei tempi e dei luoghi in cui vivono. Con i Cure, abbiamo appunto provato a dipingere le immagini delle nostre vite, utilizzando la musica”.

Boys Don’t Cry divenne un cult in alcuni ambienti, ma non raggiunse mai la vetta delle classifiche, con profonda delusione della band e della loro etichetta discografica, convinti che avrebbe dovuto essere una hit da primo posto. La band andò avanti, abbandonando quella sonorità pop e abbracciando quella più dark che ha poi contraddistinto gli anni seguenti. Smith decise di prendere una nuova direzione e in poco tempo i Cure raggiunsero il grande successo.

Dopo alcuni anni, Boys Don’t Cry fu ripubblicata con un nuovo arrangiamento, una versione più matura che questa volta raggiunse le vette della classifiche di molti paesi, tra i quali Australia, Germania, Spagna e Francia. Evidentemente nel 1979 il pubblico non era ancora davvero pronto per comprendere il talento e l’originalità di una band come quella di Robert Smith. Dalla release sono passati più di 40 anni e oggi paradossalmente questo pezzo è più attuale che mai. L’anno scorso i Cure l’hanno eseguita al Glastonbury Festival: “La stavo cantando quando mi sono reso conto che ha una risonanza contemporanea – ha detto il frontman – con tutte quelle bandiere arcobaleno sventolate tra la folla”.

Come sostiene Far Out Magazine, forse il “machismo” del rock anni ’70 ha avuto un ruolo nel mancato successo di questo brano, un pezzo che, pur raccontando una vicenda personale di Smith, è deliberatamente contro quel tipo di cultura che a quell’epoca considerava deboli i maschi che mostravano le proprie emozioni, senza nascondersi. “Quando ero ragazzo, i giovani erano sottoposti a una pressione sociale affinché si conformassero a un certo modo di essere – ha spiegato Smith – a quell’epoca i ragazzi inglesi erano invitati a non manifestare mai le proprie emozioni, in alcun modo. Io, invece, non riuscivo proprio a non mostrare le mie emozioni quando ero giovane. Non ho mai trovato imbarazzante farlo. Non riuscirei ad andare avanti senza mostrare le mie emozioni. Così ho ingigantito un po’ la cosa. Ho pensato ‘Beh, è parte della mia natura oppormi quando mi viene detto di non fare qualcosa’”. Con il suo coraggio, Robert Smith ha lanciato un messaggio importante che il pubblico ha però recepito solo dopo qualche anno; fortunatamente, però, alla fine è arrivato a destinazione e ancora oggi è un esempio e un incoraggiamento a essere sé stessi sempre.