Jimi Hendrix, il racconto degli ultimi giorni di vita e le ultime parole scritte dal leggendario chitarrista

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Jimi Hendrix, il racconto degli ultimi giorni di vita e le ultime parole scritte dal leggendario chitarrista

Dagli Stati Uniti al successo in Inghilterra, l'arte, la vita e la genialità del più grande chitarrista di sempre attraverso i suoi ultimi giorni.

Il 18 settembre del 1970 Jimi Hendrix morì in un piccolo appartamento londinese, soffocato dal suo stesso vomito provocato da un’overdose dovuta a un mix di sostanze. Oggi ricorre dunque il 50esimo anniversario dalla sua morte, una grande perdita per il mondo della musica. La carriera del leggendario chitarrista è stata breve ma è bastata per far entrare il suo nome nella storia.

Hendrix ha trovato il successo a Londra, dove atterrò per la prima volta nel settembre del 1966: in quei quattro anni riuscì a farsi conoscere e ammirare sia dal pubblico che dagli altri musicisti dell’epoca. Il suo successo continuava a crescere in modo esponenziale ma, nel periodo che ha preceduto la sua tragica fine, Jimi non stava bene. Stava vivendo un momento di confusione: “Jimi era frustrato prima di morire – ha raccontato Eddie Kramer, tecnico del suono che lavorò con lui in quegli anni – penso perché il pubblico non lo capiva. Era così confuso, non sapeva quale strada prendere”. In quel periodo il musicista stava lavorando a un nuovo album che, però, non vide mai la luce. Non riuscì a terminarlo, anche se poi, molti anni dopo, sono stati pubblicati molti brani postumi, cercando di immaginare come il musicista avrebbe voluto che fossero. Molti dei brani registrati a New York nel 1969 sono finiti nell’album postumo People, Hell and Angels: come ha raccontato il bassista Billy Cox, per diversi mesi lui e Jimi lavorarono duramente a quei nuovi brani, spesso rinchiudendosi nello studio di registrazione anche per giorni. Il musicista, però, proprio quel periodo di lavoro stava iniziando a perdere il controllo a causa dell’abuso di sostanze stupefacenti.

Paradossalmente, il musicista in un certo senso predisse la sua morte: all’inizio del 1970, quando si trovava alle Hawaii per il film hippy Rainbow Bridge, disse ai suoi compagni in quella situazione che, se mai fosse tornato nella sua città natale, Seattle, sarebbe stato dentro una bara di pino. In effetti, le cose purtroppo andarono proprio così.

Hendrix ormai aveva una dipendenza che stava mettendo a dura prova sia il suo fisico che la sua mente. Nel gennaio del 1970 fu persino costretto ad abbandonare il palco durante un’esibizione: stette male in seguito all'uso eccessivo di alcuni acidi. Dopo aver trascorso un periodo a New York per l’apertura dei suoi Electric Lady Studios, Jimi tornò a Londra per trascorrere un periodo tranquillo e riprendersi un po’, ma la capitale inglese offriva troppe tentazioni e troppi svaghi ai quali non seppe resistere.

In quel periodo frequentava la pattinatrice tedesca Monika Donnermann che viveva in un appartamento al Samarkand Hotel di Notting Hill: Jimi era molto prudente ed evitava di farsi vedere troppo in giro, considerando anche che aveva qualche problema con la legge, tra i quali anche un caso di riconoscimento di una paternità, e che veniva messo continuamente sotto pressione dal suo manager di allora, Mike Jeffrey, e dalla sua etichetta discografica che voleva da lui qualcosa di nuovo e nuovi concerti. Come raccontarono alcuni musicisti che lavorarono con lui, Jimi non era soddisfatto del suo management: sosteneva che Jeffrey lo stesse solo derubando ma, al di là di quello, il musicista si sentiva privato della sua libertà creativa. “Sono così dannatamente infelice – confidò all’amico batterista Rocky Issacil tizio, Jeffrey, vuole che suoni Foxey Lady e Purple Haze di continuo. Vuole che ogni cosa che scrivo assomigli a questi pezzi”.

In questa situazione, nei suoi ultimi mesi di vita il chitarrista trascorse molto tempo con la sua fidanzata in casa sua, dove assumevano droghe insieme. In quella tragica sera la coppia andò a una festa da un amico: Jimi era molto depresso e si lamentò con gli amici di alcuni aspetti dell’industria musicale che proprio non riusciva ad accettare. Si lamentò anche del suo manager e parlò apertamente delle sue frustrazioni, prima di tornare a casa con Monika. Dopo una serata passata tra alcool e droga, come raccontò in seguito la ragazza, Hendrix mangiò un sandwich al tonno e assunse una dose eccessiva di tranquillanti.

Quando Monika si svegliò al mattino Jimi sembrava dormire tranquillo nel suo letto, così lei uscì a comprare le sigarette. Quando tornò lo trovo privo di sensi, sebbene sembrasse respirare ancora. Chiamò subito l’ambulanza ma non servì a molto, perché il musicista morì poco dopo. Sulla tragedia non furono fatte indagini e la versione di Monika Dannermann fu considerata veritiera; tuttavia, ancora oggi ci sono tanti dubbi e tanti misteri su cosa accadde davvero quella sera. Secondo il racconto che un operatore dell’ambulanza fece solo molti anni dopo, quando i soccorsi arrivarono al Samarkand Hotel non c’era traccia della ragazza, dunque Hendrix forse era morto già da diverse ore e qualcuno ha sospettato che non fosse spirato lì, in quella stanza. Secondo quanto riportato dal Guardian, le ultime parole del musicista furono: “I need help, man”. Evidentemente Jimi aveva capito di essere in serio pericolo.

In seguito furono poi ritrovati questi versi che scrisse probabilmente poco prima di morire, dopo essersi fatto un bagno prima di mettersi a letto: “The story of life is quicker than the wink on an eye. The story of love is hello and goodbye. Until we meet again” (La storia della vita è più veloce di un battito di ciglia. La storia dell’amore è ciao e addio. Finché non ci incontreremo di nuovo). Anche queste parole, rilette oggi, appaiono profetiche. Nel libro Jimi Hendrix: The Final Day l’autore Tony Brook ha riportato alcune frasi che il chitarrista rivolse alla fidanzata: “Voglio che tu tenga questa poesia per sempre e non voglio che dimentichi nulla di ciò che è stato scritto. È una storia su noi due”. In realtà, probabilmente di questa triste storia nessuno conoscerà mai la verità; quel che è certo è che il ricordo del genio di questo incredibile artista è indelebile e la sua musica vivrà in eterno.

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