The Cure: “Il nostro prossimo album sarà il più intenso, il più triste e il più emotivo della nostra carriera”

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The Cure: “Il nostro prossimo album sarà il più intenso, il più triste e il più emotivo della nostra carriera”

Il nuovo album della band è atteso a dodici anni di distanza da 4:13 Dream

La pubblicazione del nuovo album dei Cure è prevista entro il 2020. Di questo disco Robert Smith ha già parlato molto, creando un enorme aspettativa tra i fan. Oggi a parlare della sua genesi, invece, è Roger O’Donnell: il tastierista ha spiegato che la band ha deciso di prendersi del tempo per realizzare questo album, perché la loro intenzione è quella di creare il miglior disco della loro storia e dunque non hanno voluto lasciare nulla al caso. 

Quattro anni fa – ha raccontato O’Donnell a Classic Pop – ho detto a Robert ‘Dobbiamo fare un altro album. Deve essere il più intenso, il più triste, il più drammatico e il più emotivo della nostra intera carriera e poi possiamo uscire di scena così’. Lui era d’accordo con me. Ascoltando le demo, posso dire che questo album sarà proprio come volevamo. Penso che piacerà a tutti quanti”.

Il problema – ha proseguito – è che sono passati 12 anni dall’ultimo album quindi questo nuovo lavoro è diventato prezioso. Quando hai alle spalle un repertorio come quello dei Cure, devi dimostrare di essere all’altezza di tante cose. Robert ha detto ‘Se i Cure hanno da dire qualche altra cosa, allora deve essere qualcosa di importante e sarà meglio che sia una cosa davvero buona’. Lo è – ha sottolineato – questo album sarà incredibile. Vi chiedo solo un po’ di pazienza”.

I fan, dunque, dovranno aspettare ancora un po’ di tempo prima di poter ascoltare il nuovo lavoro della band ma, a giudicare da quanto annunciato, varrà davvero la pena attendere. Nell’intervista, O’Donnell ha parlato anche dell’ingresso dei Cure nella Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame nel 2019, un traguardo importante nella loro carriera. Nonostante il prestigio di questo riconoscimento, per il tastierista esibirsi come headliner al Glastonbury Festival l’anno scorso ha rappresentato un evento forse ancora più importante che gli ha permesso di rendersi conto di quanto sia grande, ancora oggi, la popolarità del gruppo.

Ovviamente siamo stati una grande band per molto tempo – ha spiegato – ma lo scorso anno è stato strano. Per gli inglesi la Hall of Fame è uno scherzo, perché le band vengono trattate come se fossero squadre di hockey che hanno vinto un torneo. Negli Stati Uniti, invece, è una cosa importante. Il giorno dopo l’esibizione al Glastonbury ho pensato ‘Wow, siamo davvero una grande band! Siamo gli headliner di questo Festival!’ – ha proseguito – ho avuto questo pensiero in testa per circa cinque minuti e mi sono reso conto di come una giovane band potrebbe perdere il controllo dopo uno show come quello. Poi sono tornato a Davon. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio mi vedo con il mio vicino Geoff per un tè nella sua fattoria. Come facciamo sempre, anche quella volta ci siamo raccontati come fosse andata la nostra giornata. Tra le nostre giornate – ha concluso - c’era un interessante contrasto”.

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