Metallica, ecco come Robert Trujillo e Kirk Hammett hanno scelto le cover dedicate alle città del Worldwired Tour

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Metallica, ecco come Robert Trujillo e Kirk Hammett hanno scelto le cover dedicate alle città del Worldwired Tour

A ogni concerto la band ha realizzato cover legate al luogo in cui si trovavano. Ecco come

Durante il WorldWired Tour, ossia la serie di concerti che, a partire dal 2016, ha seguito l’uscita del decimo album dei Metallica intitolato Hardwired ... to Self-Destruct, Robert Trujillo e Kirk Hammett hanno creato delle mini-jams che poi hanno preso il nome di “doodles”. Ad ogni live, la band ha eseguito delle cover di brani che erano in qualche modo legati al posto nel quale si trovavano a suonare in quella precisa serata. È iniziato per caso, come un divertissement, per poi trasformarsi in una tradizione che i fan hanno apprezzato molto.

L’idea è nata nel 2017, come ha rivelato Trujillo durante un’intervista per la serie Drinks With Johnny, condotta dal bassista degli Avenged Sevenfold, Johnny Christ: “A un certo punto stavamo facendo una sorta di duetto – ha raccontato Rob – in quel momento avremmo dovuto suonare una canzone dei Metallica, una sorta di intro a effetto, così abbiamo suonato I Disappear o un brano simile. Poi, però – ha proseguito – abbiamo iniziato a renderci conto che non stavamo ottenendo il risultato che avremmo voluto. Avremmo dovuto salire sul palco e iniziare a suonare Eye Of The Beholder o una cosa simile, così il pubblico si sarebbe poi aspettato di vedere arrivare James Hetfield che avrebbe poi iniziato a cantare”.

In quel preciso istante il bassista ha capito che avrebbero potuto davvero stupire gli spettatori con qualcosa di insolito rispetto a ciò cui erano abituati: “Loro percepivano che fosse una sorta di preludio – ha spiegato – così io ho iniziato a pensare ‘Dobbiamo fare qualcosa di diverso’. Poi una sera Kirk è salito sul palco e ha iniziato a suonare Le Freak di Chic e mi ha preso del tutto alla sprovvista. Io ho pensato ‘Accidenti. Ok, vediamo che cosa riesce a fare’. A quel punto lui è sceso nel pit suonando quella melodia funk. Me l’ha davvero fatta quella prima sera, perché io non conoscevo esattamente la parte di basso di questa canzone, così l’ho improvvisata. La sera seguente invece sono riuscito a farla bene”.

Da quel concerto in poi, la mini-jam tra i due è diventata una sorta di rito: “In seguito siamo andati a suonare in Europa – ha proseguito Trujillo – eravamo ad Amsterdam quando un componente del nostro management ci ha suggerito ‘Perché non suonate Golden Earring’s Radar Lover?’. Così ho iniziato a suonare la parte di basso, poi il pubblico ha iniziato a cantare e io ho pensato ‘Fermi un attimo, sta accadendo qualcosa qui’. Ed è stato così che abbiamo iniziato a formulare delle intro adatte a ciascuna città dove avremmo suonato”.

Una volta tornati negli Stati Uniti, i Metallica hanno iniziato a lavorare seriamente per trasformare questa idea in qualcosa di concreto, dato che avevano appurato che funzionava davvero per introdurre la serata e “scaldare” un po’ il pubblico: “Ho fatto delle ricerche su ogni singola città – ha raccontato ancora il bassista – e ho scoperto quali fossero le band locali, punk, alternative o country, non ci interessava il genere. Ho imparato la lingua di ogni brano, la fonetica e il testo, poi alla fine abbiamo realizzato dei veri e propri arrangiamenti. Se c’era un assolo di fisarmonica, Kirk lo suonava! Insomma, abbiamo davvero fatto i compiti per bene e ci siamo fatti prendere da queste mini-jams. Sono anche andato a casa di Kirk alle Hawaii per lavorare insieme a lui agli arrangiamenti. Ho trascorso lì cinque giorni solo per lavorare a quelle canzoni. Abbiamo davvero lavorato duro per realizzarle”.

Ed ecco come sono nati gli ormai famosi “doodles” dei Metallica, delle intro speciali che da allora sono diventate una consuetudine a ogni show, portata avanti da Kirk con la chitarra e da Robert con il basso e con la voce. Il successo di questa iniziativa è stato enorme e la band ha catturato l’attenzione degli spettatori anche negli stadi: “All’improvviso li sorprendevamo – ha raccontato ancora Rob – ad esempio, nello Stade de France di Parigi abbiamo suonato una canzone di Johnny Hallyday di fronte a 85mila persone. Stare sul palco e sentire quell’energia e quella connessione a livello emotivo con il pubblico a un livello così grande è stato davvero speciale. Ma abbiamo dovuto davvero fare un duro lavoro, non so come ci siamo riusciti”. Di certo mettersi a studiare le lingue straniere per cantare queste canzoni, imparare a suonarle e arrangiarle non è stato semplice, ma il risultato dimostra che ne è valsa la pena.

Se, ad esempio, in Spagna la band ha interpretato un famoso brano acustico di flamenco, in Italia sono state scelte tre canzoni famose della musica italiana: il 10 febbraio 2018 a Torino il gruppo ha eseguito “C’è chi dice no” di Vasco Rossi; il 14 febbraio dello stesso anno a Bologna è stato invece scelto il grande classico di Lucio Dalla, “Caruso”; infine, per il live dell’8 maggio 2019 a Milano, i musicisti hanno scelto di interpretare “El diablo” dei Litfiba.

Con questa idea originale e divertente, i Metallica hanno dimostrato non solo di sapersi ancora mettere in gioco per sperimentare qualcosa che a loro risulta nuovo, come può essere interpretare un brano di un genere totalmente diverso e in una lingua che non è la loro lingua madre, ma anche di riuscire ancora a stupire il pubblico: con i “doodles”, inoltre, Rob, Kirk e i loro compagni hanno rafforzato ancora di più il loro legame con i fan, provando a entrare nel loro mondo e nelle loro culture, qualcosa che solo i grandi artisti riescono davvero a fare.

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