Red Hot Chili Peppers, Flea: “Suonare il basso è qualcosa di magico, ti fa immergere in uno stato ipnotico"

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Red Hot Chili Peppers, Flea: “Suonare il basso è qualcosa di magico, ti fa immergere in uno stato ipnotico"

Il bassista parla della sua autobiografia, soffermandosi sul suo amore per il basso e sulle sue influenze musicali

Di recente Flea ha pubblicato Acid For The Children, una sua autobiografia in cui racconta la sua infanzia e la sua giovinezza, fino al 1983 e ai suoi esordi come musicista. Il bassista si è raccontato a tutto tondo e senza censure, con un linguaggio diretto che ha lo scopo di arrivare dritto al cuore dei lettori; del resto, lui è così, una persona schietta e sincera che non si nasconde ed è per questo che nel suo libro ha raccontato anche i momenti più bui della sua vita, compresi quelli in cui abusava di sostanza stupefacenti.

In un’intervista per Guitar World, Flea ha spiegato che quando ha iniziato a scrivere questo suo lungo racconto non aveva in mente di dividere la sua vita in due parti, ossia quella prima e quella dopo i Red Hot Chili Peppers: “Ho semplicemente iniziato a scrivere per vedere dove sarei arrivato – ha spiegato – quando ho iniziato pensavo di scrivere tutta la storia fino a oggi, o almeno fino agli anni 2000. Ho pensato che avrei scritto solo della band e non di me stesso. Sarebbe stata solo la mia storia dei RHCP. Mentre andavo avanti, però, mi sono innamorato dell’idea di parlare solo della mia infanzia, perché quello è il periodo sul quale sarei riuscito a essere obiettivo al massimo”.

E così Flea ha deciso di tagliare fuori la sua vita da rock star per parlare solo di chi era prima della nascita della band, raccontando tutto con grande onestà, un’attività che ha avuto anche un effetto terapeutico su di lui. Il musicista ha scoperto la differenza tra lo scrivere musica, cosa che faceva sin dall’adolescenza, e scrivere la storia della sua vita, che è qualcosa che gli ha consentito di guardarsi davvero dentro e di scoprire che anche i momenti difficili e il dolore possono contribuire alla crescita personale.

In realtà, anche se non si parla dei Red Hot Chili Peppers, in questa sua opera letteraria c’è moltissimo rock, e non solo perché si parla di droga e di vita dedita agli eccessi, ma soprattutto perché si parla di musica e delle influenze musicali che hanno reso Flea il bassista che è oggi. Ad esempio, c’è quella di Les Pattinson degli Echo & The Bunnymen, gruppo post-punk britannico e dunque molto lontano dal sound dei RHCP. Secondo Flea, invece, le due band hanno molto in comune: “Ho vissuto un’esperienza una volta – ha raccontato Flea – avevo preso un acido e poi sono andato a vedere un concerto degli Echo & The Bunnymen, appena prima l’uscita del loro album Heaven Up Here nel 1981. Quella musica mi colpì profondamente. Amavo quella band, soprattutto i loro primi due album. Per me era musica davvero potente e, non so per quale ragione, in qualsiasi momento mi trovassi nella mia vita in quel periodo, riuscii davvero a entrare in connessione con quella musica”.

In particolare, Flea rimase colpito dal modo di suonare di Les Pattinson: “Non suonava in modo complesso o virtuoso – ha spiegato – ma era di supporto, era così ipnotico, così vicino al diventare un catalizzatore per far accadere tutte quelle bellissime cose psichedeliche. Il modo in cui mettevano insieme le loro canzoni, non si trattava solo di strofa, ritornello e bridge, loro erano come delle bandiere per il ritmo e per le esplorazioni psichedeliche che ancora dovevano nascere, oltre che per l’aspetto poetico di Ian McCulloch”.

Seguendo questa linea, anche il bassista dei Joy Division, Peter Hook, è  stato in seguito un grande modello per Flea: “Adoravo il suo modo di suonare – ha detto in proposito – io, John Frusciante e Josh Klinghoffer avevamo anche messo su una cover band per un periodo. Stavo cercando di imparare a suonare con un plettro perché non lo avevo mai fatto prima, e riuscivo a suonare tutte le parti di basso dei Joy Division. Era uno stile talmente unico – ha sottolineato – Hook suonava il basso in modo melodico e ipnotico. La stessa cosa faceva Jah Wobble […] Adoravo quel tipo di musica. Mi sono davvero immerso in quel sound post-punk che proveniva dall’Inghilterra. È stata una grande cosa per me. Si incastrava perfettamente col jazz e con l’arte e la musica sperimentale, oltre che con il punk-rock. Quella musica era così incessantemente ipnotica e conteneva tutti gli elementi che mi piacevano del jazz, del punk rock, della poesia e della letteratura, tutti insieme”.

Nel suo libro Flea parla molto anche delle sue origini australiane e delle influenze musicali di alcuni artisti provenienti da questo Paese: “Sono un grande fan di Nick Cave – ha detto – dei Birthday Party e dei Bad Seeds in tutte le loro sfumature, questa è tutta musica che ha avuto un’influenza potente su di me. Anzi, probabilmente è stata l’influenza più grande, sebbene io ami anche i Saints e gli AC/DC. E anche i Midnight Oil, con i Red Hot abbiamo aperto per loro una volta. Anche gli INXS sono una grande band. La mia connessione con l’Australia è con la terra, la natura e alcuni aspetti del carattere australiano, forte e grezzo, ma allo stesso tempo anche molto tollerante. Amo l’Australia e sono fiero di essere australiano”.

Nella sua autobiografia Flea affronta anche il tema dell’alienazione, una condizione che tutti gli esseri umani possono provare nel corso della loro vita e che anche lui ha vissuto in diversi momenti. Anche in questo caso la musica gli è stata di grande aiuto e, in particolare, suonare il basso gli ha consentito di trovare un nuovo modo di comunicare con il mondo circostante. “Ogni strumento – ha detto nell’intervista – è qualcosa di magico. Io sono una grande quantità di strumenti, ma negli anni il mio rapporto con il basso è diventato sempre più profondo e io continuo a innamorarmi di lui sempre di più. Quando da bambino ho ricevuto il mio primo basso lo guardavo e osservavo in particolare il modo in cui le corde vibravano sul collo. È qualcosa che faccio ancora oggi. Ma il basso che ho amato di più di tutti è il modello Jazz del ’61 che la Fender ha riprodotto per il mio basso personalizzato in versione custom – ha sottolineato – ogni volta che lo guardo rimango stupito. È come guardare un bellissimo quadro di Picasso o un incredibile albero di trecento anni. Ogni sua parte è perfetta, è davvero un’invenzione magica. Quando ero piccolo provavo lo stesso stupore anche per la mia tromba”.

Flea si riferisce a una tromba che, come racconta nel libro, una volta gli cadde rompendosi: “Fu terribile! – ha commentato ridendo – in passato spesso sfasciavo anche i bassi sul palco. Li adoravo, ma li facevo a pezzi perché volevo essere come Pete Townshend, Jimi Hendrix o Kurt Cobain. Ma ancora oggi penso le stesse cose del basso. Quando lo prendi, lo tocchi con le mani, poi inizi a suonare e ti immergi in questo stato ipnotico e, se sei fortunato, riesci ad andare oltre ogni pensiero, laddove smetti di pensare perché diventi semplicemente un canale per trasmettere il ritmo, da qualsiasi posto esso provenga, da Dio fino a te e a questo strumento, attraverso una corda e un amplificatore”.

C’è della magia in tutto questo – ha detto ancora – e molto spazio per un’interpretazione poetica. Quando scrivo, cerco di andare oltre ogni cosa, sia essa assumere droghe, suonare, giocare a basket o qualsiasi altra cosa io abbia fatto. Provo a raccontare di cosa si trattava davvero. A cosa sono servite tutte queste cose? Mi sono reso conto che è stato fatto tutto per amore. Scrivere questo libro – ha concluso – è stato davvero terapeutico per me, una sorta di viaggio alla scoperta di me stesso, in molti modi diversi”.

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