Red Hot Chili Peppers, Flea: “Devo tutto a Hillel Slovak, senza di lui non avrei mai suonato il basso”

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Red Hot Chili Peppers, Flea: “Devo tutto a Hillel Slovak, senza di lui non avrei mai suonato il basso”

Il bassista della band californiana ricorda l’amico scomparso a soli 26 anni nel 1988

In questo periodo Flea sta parlando spesso del suo passato e di quello dei Red Hot Chili Peppers in occasione dell'uscita della sua autobiografia , Acid for the Children, pubblicata qualche settimana fa. In un’intervista rilasciata a CBS This Morning, ad esempio, il bassista ha ricordato Hillel Slovak e l’importanza che la sua amicizia ha avuto nella sua vita.

Come i fan dei RHCP ricorderanno, il musicista di origini israeliane è stato uno dei fondatori della band, con la quale pubblicò due album in studio, prima di morire di overdose nel 1988, a soli 26 anni. Conoscerlo per Flea è stato cruciale, sia dal punto di vista personale che da quello professionale, per un motivo ben preciso: se oggi è un bassista, infatti, lo deve solo a lui. “Ricordo che lo vedevamo arrivare sulla strada a bordo della sua Datsun 510 verde, una macchina incredibile, con lo stereo a palla – ha raccontato Flea – un giorno mi disse ‘Forse dovresti imparare a suonare il basso’. In quel momento mi sono sentito amato perché lui aveva scelto me”.

Non suonavo il basso prima – ha continuato – anzi, non avevo mai neanche provato a suonarlo. Sapevo che per lui far parte di una rock band significava tutto, la sua band era qualcosa di sacro per lui, era una cosa speciale. Fu lui a invitarmi a unirmi a loro e per me significò tutto. Se lui non me l’avesse chiesto, non avrei mai iniziato a suonare. Di sicuro non avrei mai suonato il basso”.

Il rapporto tra Flea ed Anthony Kiedis, invece, è nato in modo diverso: tutto è iniziato moltissimi anni fa da una rissa tra ragazzini, nella quale il bassista stava avendo la peggio fino a che non fu aiutato dal suo futuro nuovo amico. “Un giorno arrivò questo bambino con i capelli a spazzola – ha raccontato il bassista – era grosso e muscoloso e quando si avvicinò disse solo ‘Lasciatelo stare’. Era Anthony. Si era appena trasferito a Los Angeles”.

Eravamo entrambi distaccati da qualsiasi cosa – ha continuato – eravamo entrambi degli emarginati in un certo senso. Il nostro rapporto è strano e difficile, è qualcosa che spesso ci mette l’uno contro l’altro. Non sappiamo come prenderci. O meglio, forse lui capisce come fare, ma io no. Io so solo che gli voglio molto bene e penso che questo abbia influito molto su cosa è diventata la nostra band e sull’influenza che ha ancora oggi”. Di certo, il loro rapporto, seppur in parte conflittuale, è stato abbastanza solido da tenere unita la band negli anni, fino a oggi. I Red Hot Chili Peppers, tra l’altro, nel 2020 torneranno a esibirsi anche in Italia: il 13 giugno saranno infatti gli headliner del Firenze Rocks.

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