Tim Curry in carriera è stato tante cose. Attore, cantante, doppiatore e icona assoluta. Un artista unico, capace di muoversi tra il teatro shakespeariano e il cinema di culto con la stessa, magnetica disinvoltura.
Il suo nome resterà per sempre indissolubilmente legato a un corsetto nero, a una calza a rete e a una discesa in ascensore che ha cambiato la storia del cinema. Prima nel 1973, sul palco del Royal Court Theatre di Londra, Curry dà vita allo scienziato pazzo e “transessuale della Transilvania”, il Dottor Frank-N-Furter, nel musical The Rocky Horror Show.
Due anni dopo, nel 1975, la trasposizione cinematografica The Rocky Horror Picture Show lo consacra a mito transgenerazionale. La sua interpretazione è un concentrato di sensualità sfrontata, ironia dissacrante e potenza vocale. Curry rompe i tabù, gioca con l’ambiguità e crea unpersonaggio talmente potente da rischiare di fagocitare l’attore stesso.
Tim Curry, però, possiede un talento troppo straripante per farsi imprigionare in un solo ruolo. Nel 1990 accetta una sfida apparentemente impossibile: interpretare Pennywise, il clown danzante, nella miniserie televisiva It, tratta dal capolavoro di Stephen King. Nascosto sotto strati di pesante trucco bianco e un naso rosso, Curry fa leva unicamente sulla sua espressività facciale e su una risata raggelante che tormenterà i sonni di un’intera generazione. Il suo Pennywise diventa l’incarnazione stessa della coulrofobia, dimostrando la sua straordinaria capacità di passare dal glam seducente al terrore più puro.
La carriera cinematografica di Tim Curry è costellata di antagonisti memorabili, resi unici da quel suo sorriso sardonico e dallo sguardo perennemente complice. Nel 1985 è l’incarnazione stessa del Male nel fantasy Legend di Ridley Scott. Nello stesso anno veste i panni del maggiordomo Wadsworth nel cult movie Clue (Signori, il delitto è servito), dando prova di tempi comici straordinari e di una fisicità travolgente. Negli anni Novanta continua a collezionare ruoli iconici: è il viscido concierge del Plaza Hotel in Mamma, ho riperso l’aereo: mi smarrisco a New York (1992) ed è un indimenticabile e spietato Cardinale Richelieu ne I tre moschettieri (1993).
Non si può raccontare Tim Curry senza celebrarne la voce: profonda, baritonale, squisitamente britannica. Una dote che lo ha reso uno dei doppiatori più richiesti di Hollywood (da FernGully a Star Wars: The Clone Wars) e che gli ha permesso di incidere anche album rock di successo anche se il teatro è sempre rimasto il suo primo amore, portandolo a trionfare a Broadway in produzioni come Amadeus e Spamalot dei Monty Python. Anche dopo il grave ictus che lo ha colpito nel 2012, costringendolo sulla sedia a rotelle, Curry non ha mai smesso di lavorare, dedicandosi al doppiaggio e alle apparizioni pubbliche con lo stesso spirito indomito di sempre. Ci mancherà.
