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Intervista speciale

The Black Keys: l’intervista integrale realizzata a Patrick Carney in occasione dell’uscita del nuovo album Peaches!

Il batterista ci ha raccontrato tutti i segreti del nuovo disco e di come è cambiato l'approccio della band nei confronti della musica

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I Black Keys hanno pubblicato il nuovo album Peaches!, il quattordicesimo per la band, e il nostro Francesco Allegretti ha raggiunto Patrick Carney telefonicamente a Nashville, durante una pausa all’Easy Eye Sound Studio, che ci ha raccontato tutto il ‘backstage’ di questo disco.

Da oltre due decenni tu e Dan Auerbach avete plasmato un suono crudo e inconfondibile, radicato nel blues e nel garage rock, e questo accade anche in Peaches!, che cattura quella chimica nella sua forma più immediata e istintiva. So che questo album è iniziato come una jam spontanea, proprio in un momento difficile per Dan. Quando sei entrato in quella stanza stavi pensando a lui prima come amico o come compagno di band? E in che modo questo doppio ruolo ha influenzato la direzione dell’album?
“Sì, penso che per la maggior parte delle cose che facciamo, tutto nasca dal cercare di fare qualcosa che ci piaccia davvero. Per me e Dan fare musica è sempre qualcosa che ci permette di staccare la mente e di provare una sorta di libertà. Il padre di Dan era molto malato, ed è da lì che sono nate queste sessioni: io e Dan eravamo a Nashville. Suo padre era a casa sua, stava morendo, e ho pensato che fosse una buona idea farlo uscire di casa per un paio d’ore al giorno per lavorare su qualcosa. E credo sia stata la cosa giusta da fare. In un certo senso l’intero disco, anche a livello di materiale, è una specie di tributo al padre di Dan, che era un grande sostenitore della band. Questa era tutta la musica che gli piaceva. Quindi sì, prima di tutto è nato da un gesto di amicizia, più che da una dinamica di band.”

E in quale momento avete capito che quella che era iniziata come una sessione catartica con Dan stava diventando un vero e proprio album dei Black Keys?
“Beh, proprio prima di partire per il “No Rain, No Flowers Tour”, abbiamo fatto queste registrazioni. Era la fine di marzo dell’anno scorso. Poi ho iniziato a lavorare un po’ sui mix qualche settimana dopo. Avevo preparato dei rough mix, ma non li abbiamo riascoltati fino alla fine di quel tour. Verso metà o fine settembre ci siamo seduti per ascoltare quello che avevamo e abbiamo concordato entrambi che lì dentro c’era un album, ed era forte. Così abbiamo iniziato il processo di mixaggio, che ha richiesto settimane perché abbiamo registrato tutto dal vivo, comprese le voci, tutti in una sola stanza. Quindi ogni strumento ‘sanguinava’ dentro ogni altro strumento. È un suono bellissimo, ma è anche davvero difficile alzare la voce senza che aumentino anche la chitarra e i piatti.”

Ho sentito che il mix è stato un po’ un incubo — lo hai detto durante un’intervista — forse perché lo avevi fatto nel vostro primo disco e questa era la prima volta dopo tanto tempo che mixavate il disco da soli, giusto?
“Sì. Io e Dan abbiamo mixato insieme il primo disco. Il secondo l’ho mixato io, il terzo insieme, il quarto insieme. Ma dopo “Chulahoma: The Songs of Junior Kimbrough” (2006) abbiamo iniziato a essere meno coinvolti nel mixaggio vero e proprio. Davamo indicazioni e ovviamente una direzione, ma non eravamo noi a impostare compressori, equalizzatori e a occuparci di tutto quello. Io ho uno studio e ne ho sempre avuto uno, praticamente per tutta la vita, quindi so come si fa. Di solito è un compito che preferisco affidare a qualcun altro. Ma in questo caso era un tale caos che ho pensato che probabilmente avremmo fatto un lavoro migliore noi, perché credo che sapessimo quale potesse essere il suono finale. Sono stato addestrato a registrare il caos, perché i nostri primi dischi erano dei disastri sonori, ma in senso positivo.”

Definisci questo disco il vostro album più naturale degli ultimi anni, dopo oltre due decenni insieme. Cosa significa oggi per te “naturale”?
“Penso che Dan qui si sia davvero calato nella situazione, forse ancora più di me, perché è molto attivo con la sua etichetta Easy Eye Sound, quindi registra costantemente dischi lì. Probabilmente fa cinque o sei album all’anno. E per farli si affida sempre a musicisti locali di studio e ad amici diversi. Per questo disco abbiamo chiamato soprattutto ragazzi del Mississippi: Kenny Brown, Eric Deaton, che avevano già suonato con noi in “Delta Kream”. Poi Dan ha portato anche Jimbo Mathus degli Squirrel Nut Zippers, che è anche lui un grande produttore, autore e musicista. È stato bello essere in una stanza con loro a registrare tutto dal vivo. Sono tutti musicisti che amiamo e che ci hanno influenzato. È stato bello guardare Jimbo suonare, perché era la prima volta che suonavo con lui. Mi ricordava tantissimo mio zio Ralph, un musicista che è morto circa dieci anni fa. Ralph è stato una grande influenza per me e ha suonato il sassofono per Tom Waits per molto tempo e per molte altre persone. C’è qualcosa nell’energia di Jimbo che è proprio come quella di mio zio Ralph. È come se stessi suonando con mio zio Ralph. Sono lo stesso tipo di ragazzi super talentuosi e un po’ eccentrici, così divertenti da avere intorno.”

Quindi concentriamoci sulle influenze. Perché “Peaches!” richiama riferimenti come Junior Kimbrough, Robert Lee Burnside, Dr. Feelgood e George Thorogood, solo per citarne alcuni. Quando tu e Dan tornate a quelle radici blues rock, come fate a mantenerle vive e immediate invece che nostalgiche?
“Beh, penso che per alcune canzoni, come “You Got to Lose” e “She Does It Right”, nessuno nella stanza le avesse mai sentite prima tranne Dan, ed è stato lui a volerle suonare. Non conoscevamo nemmeno i brani e non abbiamo ascoltato gli originali fino a dopo averli registrati. Questo è stato lo spirito dell’intero disco, tranne per due canzoni che conoscevamo bene e con cui avevamo grande familiarità. Gran parte dello spirito della nostra musica è cercare di catturare i primi take, senza puntare alla perfezione, ma cercando di cogliere l’essenza del brano. In quei casi le abbiamo provate una volta ciascuna ed era abbastanza chiaro che stavamo trovando la vibe giusta, e quello è stato. Inoltre, avevamo il lusso di non pensarci troppo, perché non eravamo nemmeno consapevoli di stare davvero facendo un disco. Quando lo abbiamo riascoltato sei mesi dopo ho pensato: “È forte”. Sono sicuro che se fossimo stati troppo critici, cercando di fare un disco in modo consapevole, probabilmente avremmo rovinato tutto. Avremmo cercato di fare qualcosa di diverso in fase di registrazione.”

Parliamo di registrazione, perché hai detto che il disco è stato fatto in uno o due take e lo avete mixato voi stessi per la prima volta dopo tanto tempo. È stata una mossa piuttosto coraggiosa. Cosa vi ha rivelato questo processo sulla vostra chimica oggi? Come vi sentite come Black Keys vent’anni dopo i giorni di Akron?
“Sì, voglio dire, il modo in cui è iniziata la band era proprio come progetto di registrazione: registravamo noi stessi facendo uno o due take delle canzoni e poi le mixavamo. Quindi è un ritorno totale alle origini. Non sembrava che stessimo cercando di attingere a qualcosa del passato. Era semplicemente il nostro vecchio modo di lavorare. Ora volevamo vedere cosa significasse stare in una stanza con alcune leggende musicali per noi e registrare dal vivo. E sì, credo che siamo rimasti ugualmente sorpresi quando abbiamo finito, perché il disco condivide immediatamente il DNA e lo spirito del primo o dei primi due album.”

E se emergono divergenze creative — sul groove, sulle dinamiche, sul suono — come le risolvete oggi rispetto a 10 o 15 anni fa, quando è iniziata l’avventura dei Black Keys?
“Non abbiamo mai avuto troppi disaccordi sulla musica che facciamo. Possiamo non essere d’accordo su qualcosa che ci piace, ma credo che sia proprio per questo che siamo riusciti a farlo per 25 anni. Se Dan dice qualcosa, per me è sempre valido, perché significa che sta sentendo qualcosa. E vale lo stesso al contrario. A volte abbiamo torto, a volte ragione. E credo che le poche volte in cui siamo stati in studio a ripensare troppo alle cose…ho imparato una lezione importante da Danger Mouse 15 o 20 anni fa: se qualcuno ha un’idea e ci sta lavorando, lascialo sviluppare completamente prima di giudicarla. Perché qualcosa può sembrare assolutamente terribile e poi, all’ultimo secondo, unirsi e diventare perfetto. Non è diverso da quando guardi Bob Ross dipingere: a volte sembra brutto, e poi alla fine vedi i piccoli alberi felici.”

You Got to Lose, che stiamo ascoltando su Virgin Radio, è essenziale e immediata. Ti è sembrato subito il brano giusto per definire questo nuovo capitolo?
“No, ma a Dan sì! È stato lui a scegliere il pezzo, a volerlo incidere e a volerlo pubblicare come singolo. E sì, non avevo alcuna obiezione se lui lo sentiva così. Il mio brano preferito del disco è qualcosa che non passerebbe mai in radio…era “Tomorrow Night”. Ma anche Dan…amiamo così tanta musica che non passa in radio che a volte il nostro istinto è un po’ sfasato, perché le cose che pensiamo siano fantastiche magari hanno meno appeal commerciale. È stato bello: io non conoscevo quel brano prima di registrarlo. Poi ho ascoltato la versione di George Thorogood, ma non sapevo, fino a quando lo stavamo mixando, che fosse stato Ike Turner a scriverlo. È divertente, perché così tanta musica di Memphis e del North Mississippi è ciò che ci influenza. È stato quasi un momento “aha”: ogni singola volta che ci piace qualcosa, alla fine si può quasi sempre ricondurre a Memphis.”

C’è una canzone che mi ha colpito particolarmente, la prima: “Where There’s Smoke, There’s Fire”, perché costruisce tensione già nel titolo. Da dietro la batteria, Patrick, come hai modellato quella sensazione di ebollizione, di rilascio che ribolle sotto la superficie?
Sì, la versione originale di quella canzone è qualcosa che Dan mi ha fatto sentire quattro anni fa. Negli ultimi quattro anni abbiamo collezionato ossessivamente 45 giri, soprattutto perché organizziamo questi “record hang”, delle specie di feste dopo i concerti dove mettiamo solo 45 giri. Quello era uno dei dischi trovati in quel processo. L’originale ha un rullo di batteria molto distintivo e un suono molto particolare. Basso e chitarra sono davvero stonati e c’è una sensazione eterea e inquieta. È magico proprio perché è così imperfetto. Noi volevamo abbracciare quella inquietudine. Abbiamo accordato basso e chitarra invece di lasciarli super dissonanti, ma la dissonanza dell’originale è ciò che lo rende così grande, ed è anche il motivo per cui è così oscuro, perché è un brano davvero insolito.”

E una delle sensazioni che troviamo in “Peaches!” è anche la vulnerabilità, forse nel caso di ‘Tell Me You Love Me”’, che unisce vulnerabilità e grande suono. Le canzoni emotivamente dirette come questa richiedono un approccio ritmico diverso da parte tua?
“Sì, voglio dire, ogni canzone richiede qualcosa di diverso. E quella era un’altra canzone di cui non avevo mai sentito l’originale prima di registrarla. Ma Jimbo, Kenny, Eric e Dan sì. L’abbiamo suonata una o due volte e siamo andati avanti. Durante il mix ho pensato: “C’è qualcosa qui che suona come una registrazione dei Rolling Stones dei primi anni ’70”. Quindi nel mix abbiamo cercato di abbracciare quella scioltezza. E sì, per me è una delle mie preferite del disco. Se avessi dovuto scegliere io il singolo, avrei scelto “Tomorrow Night” o quella. Ma è per questo che non scelgo i singoli. Sono solo il batterista.”

Sì, sì, certo. È molto difficile anche per me. Guardando alla tua evoluzione come batterista, Patrick, senti di aver chiuso un cerchio con Peaches!, o il tuo minimalismo è diventato più intenzionale nel tempo?
“Sì, il minimalismo è il mio obiettivo. Per me, se sto ascoltando un brano rap o anche semplicemente a cassa dritta, tipo un brano dance alla Self Esteem, o un pezzo garage rock, il beat può essenzialmente essere ridotto a come cade il primo colpo e a come lasci respirare i backbeat. E dentro questo c’è una moltitudine di sensazioni possibili con lo stesso identico ritmo. Molto è una questione di sensazione, di dove si posiziona la voce. Se sto registrando, posso suonare lo stesso beat per tre o quattro minuti e ci saranno magari 80 battute, e ognuna sembrerà diversa. È una cosa che amo della musica. Mi piace quando qualcosa viene campionato, come un buon loop di due battute dei Beastie Boys: hanno trovato il piccolo momento magico e lo tengono così. Ma nel rock and roll suonato dal vivo non stai cercando di ripetere la stessa identica cosa. Il beat deve parlare in modo diverso durante la canzone, a seconda di ciò che sta succedendo.”

E fuori dalla band quali artisti, generi o produttori ti stanno ispirando in questo momento? Le tue abitudini di ascolto personali mettono mai in discussione o ampliano l’identità dei Black Keys?
“Sì, ascolto ogni tipo di musica, continuamente. Soprattutto negli ultimi cinque anni sono andato sempre più in profondità nei sottogeneri. Lo scorso autunno mi sono immerso molto nella disco italiana su 45 giri, che è difficile da trovare perché la maggior parte è stampata su 12 pollici: vogliono la versione dance, non quella editata. Ma sì, mi piace andare a fondo in un genere. Mi piace trovare una canzone, come It’s a Dream di Little Ed and the Soundmasters e poi cercare tutto ciò che è collegato algoritmicamente e andare sempre più in profondità, perché finisci in crepacci musicali davvero strani. Ti chiedi: ‘Ma cosa sto ascoltando? Perché questa cosa ha solo 300 visualizzazioni negli ultimi 15 anni?’. Ti senti come se stessi esplorando una grotta, e pensi che potrebbe esserci una cassa d’oro vecchia di 200 anni lì dentro. Sì, io e Dan amiamo cercare cose che sono davvero grandi ma trascurate. C’è così tanta musica incredibile che è rimasta praticamente inascoltata. E oggi viene prodotta così tanta musica che è difficilissimo setacciare quella vecchia, figuriamoci quella nuova. Credo che ci siano cose che escono adesso che verranno apprezzate davvero solo tra 50 anni.”

Patrick, grazie. Grazie per la musica e per aver condiviso la storia dietro Peaches!. L’album è un potente promemoria del legame unico al cuore dell’arte dei Black Keys. E a tutte le persone che stanno ascoltando Virgin Radio: se non avete ancora ascoltato Peaches!, questo è il momento. Grazie ancora per essere stato con noi, Patrick, e non vediamo l’ora di scoprire cosa ci riserverete in futuro.

 

ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA REALIZZATA DA FRANCESCO ALLEGRETTI A PATRICK CARNEY

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