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Pink Floyd: la storia del messaggio criptico nell’album The Wall

Roger Waters ha suggerito la lettura finale per l'interpretazione del disco

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Roger Waters ha un trauma infantile che è diventata una vera e propria ossessione: la storia di suo padre Eric Fletcher Waters, nato nel 1914, insegnante, pacifista e obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale che poi ha scelto di combattere per difendere il mondo dai nazisti ed è morto a soli 30 anni il 18 aprile 1944 in Italia, ad Aprilia durante la Battaglia di Anzio quando lui aveva solo cinque mesi.

Dopo la sua morte, la madre Mary Waters, anche lei insegnante, si è trasferita a Cambridge e ha cresciuto lui e il fratello da sola. Nel 1972 Roger Waters ha scritto una canzone, Free Four, pubblicata sull’album dei Pink Floyd Obscured by Clouds (colonna sonora del film francese La Vallée) e sette anni dopo decide di affrontare in modo definitivo i fantasmi che lo assillano, il tema della guerra, l’assurdità dei regimi totalitari, la repressione, l’incomunicabilità e la mancanza di empatia tra le persone e molte altre cose.

Nasce così un’opera totale che mette insieme musica, immagini, parole, un disco doppio che entra nella storia del rock, The Wall, undicesimo album dei Pink Floyd, numero tre in Inghilterra e numero uno in America per 15 settimane, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi (e secondo più venduto della band dopo The Dark Side of the Moon) con 30 milioni di copie. Un vinile doppio con in copertina un muro di mattoni bianchi, disegnato dal fumettista Gerald Scarf che collabora anche alla realizzazione del film Pink Floyd – The Wall girato nel 1982 da Alan Parker e interpretato da Bob Geldof nel ruolo della rockstar Pink.

Ogni mattone è un simbolo di quello che mette gli uomini uno contro l’altro: il potere, i soldi, la violenza, il rock è lo strumento con cui abbattere il muro e tornare ad essere forse davvero liberi. In questa storia senza tempo, con un tema universale, Roger Waters ha inserito anche un messaggio nascosto: il ciclo di alienazione e isolamento vissuto da Pink e lo scontro con l’autorità rappresentata in ogni fase della sua esistenza dalla madre iperprotettiva, dalla scuola oppressiva, dall’illusione della fama e dalla repressione da parte del potere, è destinato a ripetersi all’infinito. Anche quando il muro in cui si è rinchiuso finalmente crolla, il tentativo di Pink di scappare si rivela vano.

Il modo in cui Roger Waters ha suggerito questo finale della storia è uno dei colpi di genio dell’album: all’inizio del secondo brano del lato B del secondi disco, In the Flesh, sulle note di un clarinetto si sente una voce sussurrare un domanda apparentemente senza senso “…we came in?” (siamo entrati?). Solo collegandolo all’ultimo brano dell’album, Outside the Wall si capisce il significato: sulla ripresa delle note di clarinetto di In The Flesh, la stessa voce dice “Isn’t this where we came in?” “Non è da qui che siamo entrati?”. Quando nel 2010 Roger Waters reimmagina l’album per il tour mondiale The Wall Live e il film Roger Waters: The Wall uscito nel 2015, il messaggio viene ripetuto all’inizio e alla fine del film, per rappresentare in modo ancora più esplicito e teatrale il tema del ciclo che si ripete.

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