Black Sabbath, Tony Iommi: “Ecco come ho ricominciato a suonare dopo aver perso le due falangi”

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Black Sabbath, Tony Iommi: “Ecco come ho ricominciato a suonare dopo aver perso le due falangi”

Grazie all’ingegno del chitarrista è poi nato l’inconfondibile sound heavy metal della band

La storia dell’incidente alle dita di Tony Iommi è nota ormai da anni: il chitarrista aveva 17 anni e lavorava in una fabbrica di lamiere quando un giorno purtroppo perse le falangi superiori del dito medio e dell’anulare della mano destra. Per colpa di questo tragico evento, il musicista cadde in depressione perché temeva di dover rinunciare al suo sogno di suonare. In seguito, però, grazie alla sua grande passione per la musica e al suo ingegno, è riuscito a trovare una soluzione al suo problema.

Oggi è tornato a parlarne in un’intervista per Kaaos TV: “Quando ho avuto quell’incidente ho capito di dover fare qualcosa perché mi era stato detto che non avrei potuto suonare mai più – ha raccontato Iommi – ho consultato vari dottori e tutti mi hanno detto ‘Faresti meglio a lasciar perdere’. Ma io non potevo accettarlo, dovevo trovare una soluzione per continuare a suonare. Così ho iniziato a costruire delle punte da una bottiglia di plastica. Ho fuso la plastica e ho fatto un buco nel mezzo, poi l’ho modellata sulle mie dita e in seguito ho continuato a perfezionarla per settimane per fare in modo che coprisse le dita nel modo giusto”.

Alla fine ho ricoperto queste punte con del cuoio per riuscire ad avere presa sulle corde della chitarra – ha continuato – è stata una procedura piuttosto lunga, ma ha funzionato. Il passo successivo era quello di realizzare un set di corde sottili dallo spessore minimo. Le ho create utilizzando inizialmente delle corde per il banjo. In pratica ho creato un mio set personale di corde extra light, in modo che potessero rispondere alle mie esigenze. Anche questa volta è servito molto tempo per trovare le corde giuste, in grado di mantenere l’accordatura nonostante il loro spessore minimo”.

Una volta risolti i problemi “tecnici”, Tony Iommi si è poi ritrovato ad affrontare quelli che lo riguardavano in maniera più diretta: “Il problema era il tatto, perché ovviamente non sentivo più niente – ha spiegato – mi sono dovuto abituare a tutto questo e ho avuto bisogno di molto tempo. In seguito, molti anni dopo, ho proposto ad alcune aziende produttrici di corde per chitarre di creare delle corde più sottili di quelle esistenti. Pensavo che non avrebbe mai funzionato e invece alla fine un’azienda del Galles mi ha detto che le avrebbe prodotte. E fu così che crearono le prime corde extra light della storia”.

Stiamo parlando di un’epoca durante la quale la musica era in continua evoluzione e, di conseguenza, anche il mondo degli strumenti musicali. Fino a quel momento i musicisti avevano avuto a disposizione un solo tipo di corde per chitarra, così come esistevano del resto ben pochi modelli di chitarra. Persino per registrare un disco non era così scontato trovare persone davvero esperte: “All’inizio avevamo un produttore perché non sapevamo nulla a proposito della registrazione di un disco – ha raccontato ancora Iommi nell’intervista – io volevo solo qualcuno che fosse esperto di chitarre e loro lo hanno accettato. Il nostro sound è piaciuto subito ai produttori e così le cose sono state facili, siamo semplicemente entrati in studio e abbiamo iniziato a suonare, ecco come è andata. Abbiamo realizzato il nostro primo album in un solo giorno, si trattava semplicemente di andare lì e suonare, ecco tutto. Le cose non funzionavano come oggi che per fare un disco ci vogliono mesi. A quell’epoca, però, era difficile fare in modo che la gente accettasse un cambiamento, perché la gente non voleva cambiare mai. Le aziende produttrici di chitarre non volevano cambiare, le aziende produttrici di corde non volevano cambiare – ha continuato – non volevano credere che le cose avrebbero potuto evolversi, che loro avrebbero potuto creare corde dallo spessore diverso da quelle esistenti. Così come le aziende di chitarre non volevano credere che fosse possibile creare una chitarra con 24 tasti. Così ho comprato personalmente un’azienda di chitarre e ho potuto realizzare uno strumento con 24 tasti. Ho iniziato a suonarlo; alla fine la gente ha colto la novità ed è così che anche le altre aziende hanno iniziato a costruire chitarre con 24 tasti”.

Alla luce di questo racconto, è dunque facile intuire come e perché band come i Black Sabbath hanno davvero scritto la storia della musica; queste novità hanno anche contribuito a creare quel tipico sound heavy metal che ha contraddistinto questo gruppo sin dalle origini, anche se, in realtà, la strumentazione di Tony Iommi e compagni era piuttosto semplice. “Non sono solito utilizzare molti gadget – ha spiegato il chitarrista – la mia strumentazione è molto basilare. Ho un amplificatore, una chitarra e al massimo un paio di pedali, ed ecco tutto. Sei tu che devi creare un sound – ha puntualizzato – non puoi semplicemente andare a comprare un qualche dispositivo che crei questo sound per te. Sei tu che devi sviluppare il tuo sound personale ed è proprio quello che ho fatto io. Lavoravo sul mio amplificatore per rendere il suono più distorto”. Tony Iommi non è mai stato un chitarrista tecnico: “Non mi sono mai esercitato più di tanto anche perché eravamo sempre in tour – ha spiegato – tra un tour e l’altro suonavo solo occasionalmente. Non sono mai stato uno che si siede lì e suona tutto il giorno. Il mio modo di suonare si basa di più sulle sensazioni che sulla tecnica, a me piace sentire e creare soprattutto musica blues”.

Per riuscire ad arrivare a creare il suo sound, Tony Iommi ha avuto bisogno di anni e certamente il suo incidente ha influito molto su quello che in seguito è riuscito a realizzare. Allo stesso modo, i Black Sabbath si sono evoluti con il tempo: “In origine, quando abbiamo iniziato eravamo una band blues, poi ci siamo evoluti nei Black Sabbath – ha spiegato il chitarrista – volevamo scrivere le nostre canzoni. In quel periodo non era semplice ottenere degli ingaggi per i concerti proprio per via della nostra musica, perché la gente voleva ascoltare musica pop e c’erano ben pochi club nei quali potevamo suonare. Così abbiamo scritto i primi pezzi, tra i quali Black Sabbath e Wicked World, e abbiamo iniziato a suonarli in questi club, giusto per vedere cosa sarebbe successo, se a qualcuno sarebbero piaciuti. È andata alla grande, la gente poi veniva a chiederci ‘Cosa sono queste canzoni? Non abbiamo mai sentito nulla del genere’. E noi spiegavamo che erano le nostre canzoni e così è iniziato tutto. Volevamo fare qualcosa che fosse nostro, qualcosa che sentivamo davvero. Il blues è una cosa ma quando abbiamo iniziato il nostro intento non era quello di comporre qualcosa mai stato scritto prima – ha concluso – ma alla fine è ciò che abbiamo fatto. Ci piaceva quello che facevamo, ho creato questi riff e sapevamo che erano diversi da qualsiasi altra cosa. Sapevamo che ci stavamo addentrando insieme in qualcosa di molto diverso e ci piaceva davvero tanto. Quello è stato il punto di riferimento per tutti gli album successivi”. Il resto è storia. La storia di un genere musicale chiamato heavy metal.

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