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Maynard James Keenan: "Ecco i titoli dei 4 album che mi hanno cambiato la vita". E non mancano le sorprese

Il leader dei Tool ha elencato i dischi che considera fondamentali per la sua crescita artistica

Maynard James Keenan, nato il 17 aprile 1964 in Ohio, ha formato i Tool nel 1990 con Adam Jones poco dopo essersi trasferito a Los Angeles. Prima di creare una delle band più virtuose, potenti e misteriose del progressive metal americano, Keenan ha vissuto una vita avventurosa, arruolandosi anche nell’esercito e studiando nella prestigiosa accademia militare di West Point.

Il suo vero interesse però è l’arte e il design e dopo aver lasciato la carriera militare si laurea al Kendall College of Art and Design di Grand Rapids in Michigan, lavora con interior design a Boston e poi in California come attrezzista sui set cinematografici, cantando nel frattempo con diverse band della scena indie di Los Angeles (dove stringe amicizia con Tom Morello, e viene preso in considerazione anche come possibile cantante dei Rage Against the Machine, che poi scelgono Zack de la Rocha). L’espansione filosofica del metal portata avanti dai Tool con album sempre più complessi e performance dal vivo dal forte impatto visivo nasce dalla vastità delle sue influenze musicali, e dall’idea di musica rock come forma d’arte e cultura. In una delle rare interviste concesse nel corso della sua carriera, Maynard James Keenan ha elencato gli album che gli hanno cambiato la vita e lo hanno spinto a sperimentare fuori da ogni schema, lontano dalle logiche commerciali e dalle tentazioni del successo.

Joni Mitchell, Blue (1971)
«E’ stata mia zia a farmi conoscere Joni Mitchell quando ero un ragazzino preso dai KISS e dai Black Sabbath e dai film di mostri. Mi ha detto: “fermati un attimo, ascolta questo”. Ho scoperto una artista che scriveva le sue canzoni, le produceva e le pubblicava e combatteva per farsi largo in un mondo prevalentemente maschile come quello del rock. Mi ha conquistato subito, era un’artista che andava controcorrente»

Black Sabbath, Black Sabbath (1970)
«La colonna sonora della mia adolescenza passata a guardare film di mostri al sabato mattina a casa di mia nonna. Abbassavo il volume della televisione e guardavo i film ascoltando il suono della prima band metal della storia»

Devo, Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (1978)
«Mi ha colpito il loro tentativo di distruggere il rock con le loro melodie e il loro atteggiamento. Ma anche il fatto che ascoltando i loro album ti rendi contro che la maggior parte delle canzoni sono quasi dei plagi di canzoni rock classiche, stravolte, velocizzate e rese più strane. Era un modo per dare una nuova identità digitale e bizzarra ai classici. Lo adoravo. Un altro album che mi ha spinto a vedere la musica in modo non convenzionale»

Low, Things We Lost in the Fire (2001)
«Una band che mi ha insegnato la pazienza, la compostezza e l’equilibrio. Sono sempre stato quello che in una band diceva: se rallentiamo tutto, sarà tutto molto più intenso. È come quando i Pink Floyd aspettano fino all’ultimo che una nota esaurisca il suo ciclo emotivo prima di suonare la nota successiva. È un livello di disciplina molto difficile da raggiungere per i musicisti. In Things We Lost in the Fire i Low dicono: stiamo facendo qualcosa di più grande di una canzone, stiamo creando un’atmosfera».

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