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Rock News

Red Hot Chili Peppers: Flea ha raccontato della sua dipendenza da droga e antidolorifici

Ha dichiarato che gli oppiacei, come la droga, annullavano il suo dolore fisico, ma anche tutte le emozioni

Flea dei Red Hot Chili Peppers scrive un articolo in cui parla della sua dipendenza da droga e antidolorifici

«Ho avuto a che fare con l’abuso di sostanze sin dal giorno della mia nascita». A parlare è Michael Peter Balzary (55), meglio noto come Flea, il bassista dei Red Hot Chili Peppers.

Il musicista ha scritto un lungo articolo per il Time intitolato The Temptation of Drugs Is a Bitch in cui racconta la sua dipendenza da droga e antidolorifici.

«Ho visto morire tre dei miei migliori amici prima che festeggiassero il loro 26esimo compleanno, e io stesso ci sono andato vicino più di una volta. Diventare padre, però, è stata una rivelazione: ho capito che dovevo prendermi cura di me stesso e, nel 1993, a 30 anni, ho finalmente accettato che la droga stava distruggendo la mia forza vitale. Ho smesso per sempre. La tentazione, però, è una vera stronza».

Sconfiggere una dipendenza è una delle cose più difficili al mondo. Eppure Flea ce l’ha fatta, anche se la tentazione è sempre dietro l’angolo. Come ha fatto a vincere la battaglia contro la droga? «Posso meditare, fare esercizio, pregare, andare dallo psicologo, lavorare con pazienza e umiltà a tutti i problemi delle mie relazioni; oppure posso beccare uno spacciatore, comprare 50$ di roba e risolvere tutti i miei problemi in un minuto. Ho imparato a essere grato per tutto il mio dolore. E questo modo di ragionare mi ha aiutato a sopravvivere alla tentazione».

La droga però non è stata l’unica tentazione nella vita di Flea. Anche gli antidolorifici, prescritti dopo un incidente, lo hanno reso dipendente.

«Alcuni anni fa mi sono rotto un braccio facendo snowboard, ho dovuto sottopormi a un’operazione importante. Il dottore mi ha rimesso in sesto alla perfezione, ed è solo grazie a lui che posso ancora suonare il basso con tutto me stesso. Allo stesso tempo, però, mi ha prescritto abbastanza Ossicodone per due mesi». La sua è un’aperta critica alla comunità medica americana che con le sue prescrizioni fa sì che sempre più persone diventino dipendenti dagli oppiacei.

«La confezione diceva di prendere quattro pillole al giorno. Ero sempre strafatto: le medicine non solo annullavano il mio dolore fisico, ma anche tutte le mie emozioni. Ne prendevo solo una, ma non riuscivo comunque ad essere presente per i miei figli, il mio spirito creativo era sparito e mi sentivo depresso. Ho smesso dopo un mese, ma non avrei avuto nessuna difficoltà a farmene prescrivere ancora». L’industria farmaceutica ha molte falle: «Ci sono casi, è ovvio, in cui gli antidolorifici sono necessari. Ma fa il medico dovrebbe essere più accorto. È altrettanto ovvio che ogni prescrizione del genere andrebbe accompagnata da un lavoro di monitoraggio, da una strada di riabilitazione per chiunque dovesse diventare dipendente. Le grandi aziende farmaceutiche potrebbero pagare per tutto investendo una piccola parte dei loro profitti».

E ora che è fuori ammette che la dipendenza non è altro che una malattia. E che spesso c’è chi specula sulla fragilità altrui: «La dipendenza è una malattia crudele, e la comunità medica, insieme al governo, dovrebbe aiutare chi ne ha bisogno».

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